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  • Quarantasette. Quarantotto. Quarantanove. Cinquanta.
    Poi ho smesso di contare, perché non mi importava più. Perché tutto quello che volevo era dormire. E sognare. Mi era passata per la testa l'immagine dei tuoi piedini che affondano nella sabbia, l'onda che ti raggiunge e tu che scappi urlando e ridendo, in un misto di allegria e spavento, gioco e realtà. E' successo così tante volte, eppure così tanto tempo fa, non è il ricordo di un momento, ma di una serie di momenti che sembrano interminabili e invece un giorno finiscono, senza un perché.
    Cinquanta.
    Quando ho smesso di contare erano cinquanta. E ora? Chissà? E importava? Volevo sognare di nuovo quei passi incerti e lui che mi sorregge e improvvisamente riesco di nuovo a camminare da sola e però non voglio lasciare quell'abbraccio che mi sostiene.
    Cinquanta.
    Volevo dormire e sognare. Ma soprattutto dormire. Perché era da tanto tempo, ormai, che mi svegliavo al mattino con la sensazione di non avere dormito: stanca, di quella stanchezza che toglie il fiato, che al risveglio prendi coscienza del mondo intorno a te ma non apri gli occhi, perché la luce potrebbe farti male, perché ti basta sapere che stai respirando per renderti conto che un altro giorno è iniziato, l'ennesimo, e che il fiato non ti basterà per arrivare a sera.
    Cinquanta.
    Il bugiardino diceva venticinque al massimo. Ormai saranno state almeno cinque volte tanto. Ma non importava, io volevo solo dormire. E sognare. Perché era da tanto tempo che non sognavo per davvero, io che avevo a ogni risveglio ore di racconti per voi e ogni giorno portava con sé la voglia e la capacità di immaginare futuri.
    Cinquanta. Forse duecento. Forse di più. E non importava più, se poteva restituirmi la capacità di sognare, immaginare, amare. E dormire. Sopra ogni cosa, dormire e non sentire il male.
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