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  • 11 settembre 1973

    Santiago del Cile, Calle Cienfuegos

    La Calle Moneda era deserta, autoblindo di traverso sulla strada e rumore di stivali di corsa, dalle undici del mattino il rombare degli aerei sulla Moneda e il tonfo sordo delle esplosioni, qualche crepitare acre di mitra, voci concitate.
    Miguel mi guardava dal portone di casa facendomi segno di rientrare, come c'ero finito nel Cile dei giorni del golpe di Pinochet è una storia fatta di coincidenze fortuite, di occasioni singolari e degli occhi di tenebra di Maria.
    L'avevo ascoltato alla radio, come decine di cileni il discorso del Presidente, “Io mi rivolgo ai giovani, a quelli che hanno contato che hanno offerto la loro gioia e il loro spirito di lotta. Io mi rivolgo agli uomini del Cile; all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a quelli che saranno perseguitati. Perché il fascismo esiste già nel nostro Paese da molte ore, attraverso gli attentati terroristici, il minamento dei ponti e della rete ferroviaria, la distruzione degli oleodotti e dei gasdotti. ….... Radio Magallanes sarà certamente ridotta al silenzio e il tono tranquillo della mia voce non vi giungerà più. Non importa, voi continuerete a sentirla, io sarò sempre con voi e lascerò almeno il ricordo di un uomo degno che fu leale di fronte alla lealtà dei lavoratori. Il popolo deve difendersi, ma non sacrificarsi. Il popolo non deve lasciarsi schiacciare e annientare, ma non deve lasciarsi umiliare. Lavoratori della mia patria, io ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri cileni verranno dopo di noi. In questi momenti oscuri e amari in cui il tradimento pretende di imporsi, sappiate che presto o tardi – io ritengo assai presto – si apriranno di nuovo le grandi strade dove passeranno gli uomini degni, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole …................. ed io ho la certezza che il mio sacrificio non sarà invano, io ho la certezza che sarà almeno una lezione morale che condannerà la fellonia, la viltà, il tradimento...” Juan Piranini era seduto su una sedia di noce traballante, con l'orecchio teso verso l'altoparlante della radio e la mano a coppa dietro il padiglione auricolare, con sul viso una smorfia nello sforzo di captare ogni parola, ogni rumore, ogni crepitio che proveniva dalla radio, gli occhi come due enormi laghi grigi, spalancati, emettevano lampi di furore.
    Giovannino Piranini, classe 1907, nato a Livorno, anarchico, emigrato dall'Italia negli anni '20 per sfuggire ai fascisti, ebanista, era il padre del mio amico Miguel, bofonchiava mentre ascoltava la radio, poi dopo l'ennesima esplosione lontana il segnale della radio si spense, sostituito da un mesto crepitio elettrico che annunciava la fine della resistenza al Palacio della Moneda.

    “Madonna di quella vacca, di quella porca, Cristo di un Dio! Bastardi...”

    “Giovanni santa miseria con queste parole!”

    Si alzò piano, guardando prima la moglie e poi guardando Miguel e me con occhi pieni di autentico dolore, baciò la moglie e andò a chiudersi nel suo laboratorio, lo sentimmo bestemmiare da dietro la porta mentre la moglie Maria guardava la porta del laboratorio con angoscia crescente.
    Uscì dopo poco, col basco sulla testa e quel fazzolettone rosso e nero che io non riconobbi subito ma che era la bandiera degli anarchici livornesi, annodata al collo e la pistola in pugno
    “Per Dio non un altra volta! Otra vez no!”
    Uscì di corsa, prima che potesse intercettarlo Miguel, e corse in strada gridando “Otra vez no!”, lo inseguimmo per prenderlo, ma era come indemoniato, svoltata la Calle Cienfuegos ci trovammo l'autoblindo di fronte, al rumore secco del mitra fecero eco i tonfi attutiti dei colpi sulle carni del vecchio Giovanni, l'acre della polvere da sparo nella bocca e la sua faccia a terra insanguinata.
    Cercammo di sorreggerlo, di prenderlo, ma ci furono addosso, Miguel gridava e i soldati giù botte col calcio del fucile, il rosso del sangue e il nero dell'asfalto, il rosso e il nero della sua bandiera, il bianco cespuglioso delle sopracciglia, il rosso a fiotti fuori dalla bocca, il bianco dei denti della sua dentiera in pezzi nel sangue sull'asfalto, il nero oscuro della sua bocca spalancata bloccata nell'ultimo grido della sua reazione.
    Un colpo più forte e poi fu solo nero.
    Quante botte può sopportare un uomo l'ho imparato la sera alla caserma dei carabineros, avevo la faccia gonfia e il sangue dalle orecchie, pensavo che sarei morto, in questo Cile di merda, per un cazzo di colpo di stato che neanche mi riguardava, pensavo a Giovannino morto sulla strada, a Miguel che era sparito, di tanto in tanto mi sfiorava la mente il pensiero di Maria, poi un altro milite e giù botte di nuovo e schiaffi e calci.
    Passò davanti a noi con lo sguardo serissimo e il viso di un pallore cadaverico, ci guardava con l'aria attenta, come cercasse di cogliere un segno, un elemento, il carabinero gli disse:
    “entre estos hijos de puta no son italianos”

    Mi uscì con tutto il fiato che ancora mi era rimasto
    “Io sono Italiano, sono italiano, mi chiamo Giovacchino Zaccana e sono cittadino italiano, aiuto !”

    Si girò con uno sguardo deciso verso il militare
    “I documenti di quest'uomo, per piacere”

    Non capii molto altro, li sentii discutere e sentii l'italiano alzare la voce, poi due mani mi sollevarono da sotto le ascelle e una voce italiana mi sussurrò all'orecchio
    “Si faccia forza, la porto all'ambasciata”

    Lo sguardo del carabinero era carico di odio, salii sull'auto inebetito dalle botte e dal sangue che mi sgorgava a fiotti dal naso fratturato.
    Arrivati all'ambasciata spensero il motore dell'auto e il tenente Marchetti dell'ambasciata corse a prendere una barella, nel silenzio funebre della città di Santiago udii chiarissima una tromba solitaria suonare, lentamente l'inno dei lavoratori, a metà dell'inno una fucilata spense la musica.
    Due settimane dopo fui in piedi e in due ore fui all'aereoporto per ritornare in Italia, non non più tornato in Cile, chissà se Miguel e vivo, Maria non l'ho più vista.
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