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  • Giovannino Zaccana
    10 ottobre 1972
    Tunisi, Rue des Teinturiers ore 23.00

    Il mercato era una cacofonia di rumori e di colori, un bazar di pezze colorate, tappeti, venditori di narghilè, spezie, datteri, il sangue dal bancone di un macellaio, il blu dei mantelli delle donne, il lapislazzuli di alcune porte di casa, il verde.
    Kader Lafif mi scortava lungo la moltitudine dei clienti e dei mercanti, alla fine arrivammo alla porta della casa di Shadi Tahir El Wahid, entrammo e il nobile arabo mi accolse apostrofandomi con un nome arabo “Benvenuto Fadi Rani el Sabri, salam aleik, siedi nella mia casa, bevi la mia acqua”, “Grazie tante Shadi Tahir El Wahid, che Dio benedica la tua casa, accetto la tua acqua e la tua ospitalità”
    Kader sorrise soddisfatto, le formule dell’ospitalità erano state rispettate, potevamo sederci e parlare.
    Ero lì per un compito difficile, aiutare El Wahid a sistemare le opere di captazione delle acque sotterranee nella sua oasi vicino Ain El Karma, avevo lasciato a Gabés Guillermo e mi ero procurato un ingaggio come geologo grazie ai buoni uffici di Mario Genesio, vecchio amico di mio padre e uomo introdotto negli ambienti tunisini.
    Ci accordammo facilmente e il giorno dopo, in un problematico furgone residuo bellico francese, ero in viaggio per Ain El Karma.
    La piccola oasi era sul fianco settentrionale di una anticlinale disposta da est verso ovest che dava origine ad un incredibile paesaggio a mesas e cuestas. Le geometrie delle pieghe costruivano un piccolo grande catino in cui si depositavano le acque sotterranee e al cui margine venivano a giorno le acque che alimentavano l’oasi.
    Un sistema di piccoli qanat attingeva alla falda alimentando l’oasi.
    Ahmed era il custode dell’oasi, era addetto alla manutenzione dei ripartitori idraulici che smistavano le acque nei diversi campi coltivati nonché l’esattore, per conto di El Wahid del costo dell’acqua tra i diversi affittuari dell’oasi.
    Il viso di Ahmed era scolpito come le pareti di arenaria in cui erano modellati le pareti della valle, le rughe come solchi asciutti di un torrente secco, la pelle come roccia calcinata dal sole e scolpita dal vento, i suoi occhi neri come la notte avevano la saggezza dei millenni.
    Vedendomi scaricare le tubazioni e le attrezzature per eseguire le trivellazioni mi manifestò, con cortesia, il suo scetticismo “Sayyid Gicchino viene a cercare l’acqua per Sidi El Wahid, ma l’acqua è di Allah, benedetto sia il suo nome, non è con tubi e motori che l’altissimo ci darà l’acqua”
    Gli dissi che io avevo studiato come trovare l’acqua e che avevo più fede nella mia scienza che negli Dei, non disse nulla ma il suo volto impietrì di disprezzo, mi voltò le spalle e non mi parlò per settimane.
    Erano ormai tre settimane che in quel dannato inferno di sabbia, facevo rilevi e prendevo misure, la geometria delle rocce era chiara, una grande sinclinale nel cui cuore c’erano sabbie grosse e, dentro di esse, acqua dolce. Ma i maledetti pozzi erano quasi secchi, l’acqua c’era ma si faceva beffe di me.
    Ahmed mi guardava con compassione e scuoteva la testa.
    La notte ai limiti dell’oasi era estraniante, su un manto nero lucido le stelle brillavano come diamanti e parevano così grandi da poterle afferrare, guardavo in alto senza vedere, frustrato come ero dal mio insuccesso.
    D’un tratto voci concitate dall’accampamento, mi alzo di controvoglia vado verso la luce dei fuochi.
    Dal chissà dove sono comparsi due malfattori, tengono la mia gente sotto mira mentre il più basso dei due, un bastardo tracagnotto dai denti marci e dalla barba incolta, si accanisce a calci su Ahmed continuando a urlargli qualcosa con voce stridula in quel linguaggio arabo aspirato.
    Colpisco il primo con il manico di un piccone, cade a terra fulminato lasciando cadere l’arma, il tracagnotto si gira feroce, ha un coltello tra le mani, si guarda intorno con lo sguardo da iena cercando una via di fuga, un enorme operaio eritreo che mi ero portato dietro da Tunisi fino al cantiere di Ain El Karma lo fulmina con un colpo di vanga.
    Ahmed è a mal partito, gli hanno fracassato il naso a cazzotti e sanguina copiosamente, il gigante eritreo Mewael mi prende la mia cassetta del pronto soccorso, lo medico alla bene e meglio poi lo faccio poggiare sulla mia branda per farlo riposare.
    E’ mattino presto, il sole è appena sotto l’orizzonte ed il rosa ed pesco stingono il blu della notte che trapassa all’orizzonte, sto fumando una sigaretta pensando se continuare o meno quelle inutili perforazioni. Mewael mi viene a chiamare “Sayyid Gicchino Il vecchio Ahmed ti vuole vieni, ti prego”, “Sayyid, mi spiace, quando hai detto che non speri in Allah ti ho disprezzato ed ho pregato che non ti facesse trovare l’acqua. Perdona questo vecchio Sayyid, un uomo caritatevole come te ha sulla spalla la mano di Allah anche se Lui non la cerca.”
    Partii il giorno dopo per andare a Tunisi a rinunciare al mio incarico, dissi a El Wahid “Ho avuto troppa fiducia nelle mie conoscenze, mi spiace ma non sono riuscito nell’intento”
    Mi guardò con uno sguardo divertito, e sorrise “Vieni Fadi Rani el Sabri, guarda Mewael cosa ti ha portato da Ain El Karma”
    L’eritreo aveva tra le mani un enorme otre di montone, pieno d’acqua.
    Il giorno dopo la mia partenza i pozzi si erano riempiti e traboccavano d’acqua.
    Raccontai a El Wahid la storia di Ahmed e lui disse “Siamo in Tunisia ed anche se tu sei occidentale e non vuoi credere succede sempre e solo ciò che vuole Dio. Noi diciamo Insha'Allah”.
    Facemmo festa e mangiammo, alla luce del fuoco, i fianchi tonici della ballerina scivolavano ondeggiando, El Wahid fece solo un cenno e Lei mi prese la mano sorridendo.
    Mi gridarono dietro, ridendo, di fare attenzione alla morsa del ragno nella sua tana, capii solo più tardi quando verificai quanto potente fosse la presa della danzatrice.
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