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  • Sulle rive del fiume a fine agosto c’è un aria di attesa, nubi di moscerini impazziti volano per l’aria in cerca di refrigerio e le rondini, prossime alla partenza per i lidi africani, fanno le ultime scorpacciate d’insetti prima del viaggio. Il letto secco del fiume, dalle rughe profonde disseccate dal sole e dall’afa, si aprono attendendo l’arrivo delle prime piogge di fine stagione, ambasciatrici di un autunno di piogge, sottili fili verdi di alghe e di muffe, ondeggiano piano sotto il lento defluire delle ultime acque residue del fiume ormai secco. Le rane si contendono gli ultimi specchi d’acqua residui in un gracidare assordante, il cielo di un azzurro pallido si stinge nella calura di fine estate e neanche l’ombra rigogliosa del gelso da refrigerio.
    La nostra terra è un po’ così, ferma in attesa che arrivi la piena che è sempre imminente ma che non è ancora arrivata, tutti noi un po’ come le rane del fiume gracidiamo inutilmente contendendoci un lembo di pozzanghera in attesa che arrivi la piena.
    E la piena prima o poi arriva, figlio mio, -mi disse mio Padre guardandomi con quegli occhi sapienti di mille stagioni e di mille rughe, una per ogni stagione passata- viene quando tu non te l’aspetti e ti porta via insieme a tutto il resto.
    Quanto era bello mio Padre da giovane con quel panciotto grigio e quei calzoni un po’ larghi su grosse scarpe da contadino, e quel cappellaccio a cencio sempre in testa, la sigaretta al lato della bocca e la camicia rimboccata su avambracci grossi come tronchi d’albero e scuri come tabacco al sole.
    Da bambino mi portava sui campi e sorrideva mentre zappava, guardandomi sgranocchiare un granone o una melagrana, e io lo guardavo ammirato, mi pareva un gigante ai lavori di contadino, enorme, invulnerabile, energico. Tornava a casa cantando con me sulle spalle e allungava il passo quando dal fondo del viottolo di casa ci correva incontro mia sorella Maria che lo accoglieva con un sorriso ed un abbraccio.
    Anche lui ora è come il vecchio fiume di fine agosto, curvo, piccolo, rinsecchito, di quell’energia che irradiava un tempo resta solo quel tanto che basta per farlo camminare, piano, aiutandosi con il bastone e per raccontare le sue verità e i suoi consigli. Anche lui aspetta la piena che nell’attimo finale della sua vita lo porterà via verso il destino finale che ciascuno di noi teme e aspetta con la speranza di destino migliore. Quella piena che io vado scrutando all’orizzonte, temendo il giorno in cui me lo porterà via.
    Non ti far mettere i piedi in testa! Dici sempre quello che puoi e quello che non sai dire tienilo per te, che è per il meglio. Mi sono stancato. Vorrei riposare. Quando sarà, voglio andare sotto terra a Sande Rocche.
    Cartoline ripetute di ogni giorno, frasi che piano piano lo hanno accompagnato fino al giorno fatidico in cui, la sua piena arrivò. Feci appena in tempo a vederlo e a sentire le sue ultime parole
    “Shhhh, Michelì non piangere, ci veremm’ dall’altra parte, ma vieni tra cient’anne, m’arraccumano la cevza, recuordete semb’ ca la contentezza è quande tuorne ara casa”.
    Se ne andò così, augurandomi di vivere altri cent’anni e raccomandandomi di curare l’albero di gelsi che aveva piantato insieme a mia Madre quando avevano comprato la masseria e ricordandomi che la felicità è tornare a casa.
    Chissà mai che voleva dire, se si riferiva a se stesso e alla speranza di tornare ad abbracciare la Mamma che era andata via già da alcuni anni o si riferiva a me suggerendomi un antidoto alle amarezze e alle difficoltà che ogni vita si porta dietro nel corso di un esistenza.
    Me lo ricordo adesso, in questa giornata di fine estate, dura come non mai di delusioni e difficoltà, sono qui al fiume a vedere il vecchio gelso e mi sento come un guscio di noce dal gheriglio rinsecchito e vuoto, leggero, trasportato a valle da un torrente impetuoso, senza più voglia di lottare, di spingere, di darmi da fare, come una foglia al vento mi sento portare via senza conoscere la mia direzione, ed è quasi dolce lasciarsi sprofondare.
    Ma il vecchio contadino è tenace e mi riprende, chiama alla vanga e alla zappa, alle sementi e allora mi riscuoto con dolore dal mio volare via, torno per terra e con le mie scarpe da bracciale torno a casa. Superato il portone la vedo correre verso di me con quei suoi grandi occhi azzurri come finestre spalancate sulla felicità, e quei suoi capelli al vento, biondi come spighe di grano, mi salta addosso contenta e si sprofonda nel mio abbraccio.
    “la contentezza è quande tuorne ara casa”
    Nel mio petto brucia di nuovo la fornace, le sue braccia intorno al mio collo, il suo sorriso e la noce torna piena e assai pesante.
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