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  • Buonasera !
    E’ cortese Antonella alla reception dello studio medico mi accoglie con un sorriso cortese, mi accomodo sulla poltrona tranquillo sfogliando il giornale che mi capita tra le mani, fino a quando non mi vengono a chiamare: “tocca a Lei”.
    Il brivido sottile che ti accompagna quando ti devi accomodare sulla sedia del dentista è inevitabile e anche se il mio dentista è gentile e cortese, anche se è una graziosa e giovane signora, quella leggera sensazione di disagio che avverto è umanissima e non me ne faccio una colpa.
    Mia accomodo sulla scomoda poltrona, le facessero anche imbottite di piume di angeli, le poltrone del dentista sono sempre, ineluttabilmente un letto spinoso, chiacchiero cortesemente con l’assistente che dopo un po’ mi lascia solo nello studio.
    Un occhiata ai ferri del mestiere che, posti ordinati in rivista davanti a me, mi ricordano una sequenza di un film con Dustin Hoffman e con un terribile dentista torturatore e con il suo orribile trapano. Cerco di distogliere i pensieri, e mi rivolgo alla mia destra a guardare un quadro coloratissimo che riempie una bella parete, staccandosi dal bianco abbacinante delle pareti del gabinetto dentistico.
    Un grande campo di cotone dove coloratissime donne nere raccolgono batuffoli bianchi dalle piante per riporli in grandi cesti di vimini, uomini scuri dai cappelli colorati portano a spalle cesti cilindrici pieni cotone, decine di fazzoletti colorati coprono le test nere di donne dai fianchi opulenti.
    Sullo sfondo case di legno colorate da tetti di paglia fanno sfondo ad un mare su cui galleggiano barche da pesca pronti per partire, il primo impatto mette allegria, i colori sfarzosi, pastello, catturano l’osservatore in un paesaggio di luce che, di primo impressione, sembra idilliaco.
    Poi, ad un tratto, osservando con attenzione succede che il quadro ti cattura e entri nella sua dimensione, lo senti distintamente quel battere ritmico a tempo delle donne che raccolgono il cotone e su quel monotono ritmo di un battito di mani guardi il particolare e il quadro cambia.
    Le donne, tutte dalla testa coperta, sono tutte piegate a raccoglier cotone e le uniche quattro che stanno ritte sembrano schiacciate sotto cesti di vimini enormi pieni di cotone, gli uomini, piegati sotto il fardello, arrancano ingobbiti, con l’assetto di chi fatica sotto un carico eccessivo, sulle facciate delle case, sebbene coloratissime, si affacciano finestre nere, come orbite vuote e il mare sullo sfondo appare inquieto, minaccioso, pieno di spuma.
    Infine i volti dei personaggi, tutti senza espressione, senza occhi, senza bocca, non un sorriso, l’emblema della fatica muta, l’emblema del dolore, un quadro bellissimo ma anche pieno di dolore e fatica.
    La dottoressa mi racconta che è stato acquistato per pochi dollari su una spiaggia caraibica, dipinto da ragazzi che lavoravano per i turisti.
    E io me l’immagino quel ragazzo riccioluto, dai denti bianchissimi, che sbarca il lunario facendo quadro coloratissimi su cui, con allegria, dipinge, forse inconsapevole, tutto il dolore di una vita di fatica.
    Ma la dottoressa è arrivata, non c’è più tempo per le riflessioni artistiche, il sibilare del trapano mi richiama alla realtà, i miei occhi si sgranano mentre mi torna in mente Dustin Hoffman.
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