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  • GIOVANNINO ZACCANA
    Nevicata sui Făgăraș - 15 FEBBRAIO 1978

    Le scarpe scrocchiano nella neve, mentre il vento secco ed affilato come una lama, lancia punte di spillo sul viso che il calore volge istantaneamente in lacrime; dal grigio ovattato della notte fantasmi di bianco mi vengono incontro lievi, turbinando nel vento di dicembre.
    Gli abeti sono sagome indistinte, a luoghi familiari, a luoghi inquietanti, mentre lontano nella valle tremolano luci appannate dai fiocchi in cerca di un appoggio.
    Finalmente la casetta di legno, con quel lumino fievole della lampada e del fornelletto a gas su cui di Mircea sta scaldando l’acqua per il te.
    Ha il viso rosso Mircea, cotto dal sole e dal gelo e i denti bianchissimi da lupo.
    Fuori dalla tenda il vento fischia impetuoso, il rumore felpato dei fiocchi di neve, per quanto leggero, nel silenzio della notte dei Făgăraș può diventare assordante, come uno sciame di cavallette voraci contro la porta di un tucul etiope.
    Finalmente il te è pronto, caldo nei bicchieri di latta, scotta le mani, a malapena protette dai guanti di lana, e scende balsamico in gola e di lì verso il ventre, scaldandomi l’anima e il corpo.
    D’improvviso rumori all’esterno e lo sguardo di Mircea diventa più acuto, gli occhi una fessura con un cenno si alza, il coltello alla mano.
    Un guanto bianco e rosso e una giacca a vento, una testa incappucciata fanno capolino dall’uscio, intravedo un rosso di labbra e un biancore di denti lupigni. Mircea sorride.
    Me le aveva preannunciate ed io non gli avevo creduto ed invece Valentina e Luda sono qui.
    Sorelle, bionde, con quegli zigomi alti e quello sguardo da contadine moldave, quei corpi sottili come giunchi eppure dalle forme generose, quelle gambe muscolose, quelle caviglie sottili.
    Entrano ridendo e abbracciano Mircea, in un attimo è tutto uno spingersi e appoggiarsi, si presentano tra baci ed abbracci.
    I tre parlottano tra loro misteriosi, e le due bionde ridacchiano di gusto, poi si addossano a noi che siamo seduti, dopo un attimo Luda mi si spalma addosso e ride, Mircea tira fuori una bottiglia dalla bisaccia gridando “palinka!”.
    Fuoco trasparente nella gola, la maledetta palinka brucia ed arde come fuoco e, mentre io tossisco convulso, loro ridono e tracannano sorsate propagando il loro riso contagioso nella baita ancora scossa dal vento.
    Il controllo si attenua piano, man mano che la palinka scorre, e le risa e le occhiate lasciano il campo ad altro, tra i fumi insidiosi della palinka, il viso di Luda e, tra le mie mani, il calore liscio del suo corpo e la sua lingua, vorace, nella mia bocca, in una confusione alcoolica che lascia tutto ovattato, poi dopo una intensità di suoni, riprende il rumore felpato della neve in caduta.
    Sono sveglio, silenzio, come un attimo prima del big bang, prima che Iddio stesso decidesse la creazione, e cerco di rifare il punto ma la notte passata rimonta come un mare agitato dandomi vertigine e nausea, gli altri sono forme indistinte nei sacchi a pelo.
    La neve non cade più, nel freddo gelido del capanno di legno, dall’angolo basso della finestra, una lunetta gialla indica un raggio di sole in guerra col gelo.
    Faccio il caffè.
    Fuori, i cristalli del ghiaccio che pendono dalla tettoia sono come festoni lucenti al primo sole e il vapore che si solleva dalla tazza bollente sfuma rapido nel gelo del mattino.
    Ai piedi del Lago Balea lancio lo sguardo attraverso la grande valle ad U verso nord, verso le piane della Transilvania da cui risale un vento gelido che mi sferza il corpo e mi gela i coglioni: sono in mutande nel gelo assoluto!
    Torno nella baita imprecando mentre qualcuna da sotto le coperte ride sommessa.
    Mi infilo dentro di nuovo e mi scaldo.
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