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  • GIOVACCHINO ZACCANA.
    10 luglio 1990

    Favignana
    Da Piazza Europa, per Via Albanese si fa presto ad arrivare a Piazza Marina, due passi dal Municipio al porto e al dondolare ritmico delle barche ormeggiate sotto lo sguardo antico del vecchio Forte di Santa Caterina ma alle 15 del pomeriggio, il 10 di luglio, a Favignana, può essere davvero faticoso fare quei 4 passi.
    Il portone della sua casa mi accolse nel fresco di spesse pareti di tufo, antiche, scrostate.
    Salii l'ampia gradinata di accesso e la cameriera mi accolse sull'uscio sorridente
    “Buongiorno, la signora l'aspetta nella sua stanza, si accomodi”
    Mi segui con lo sguardo mentre attraversavo il lungo corridoio con il meraviglioso pavimento in maiolica pieno di stemmi e di segni della grande casata che l'aveva costruito, con un sorrisetto un po' sfrontato e uno sguardo malizioso, sentii i suoi occhi puntati sulla mia schiena a lungo e ritrovai il suo sguardo quando, una volta entrato nella stanza di Marisa, mi volsi per chiudere la porta, ancora fisso su di me, con una piega di gelosia indurita sulle labbra. Mi lusingai pensando che, non solo la padrona ma anche la cameriera mi trovava irresistibile.
    Marisa era distesa sul letto, tra cuscini fiorati e lenzuola di seta, con una leggera sottoveste bianchissima che appena le copriva appena il corpo meravigliosamente compatto e morbidissimo.
    Mi sorrise con i suoi denti bianchissimi e fece le smorfie stendendo le braccia in attesa di un abbraccio che arrivò prestissimo, mi persi subito in quel suo profumo intenso mentre le mie mani correvano curiose alla scoperta.
    Facemmo l'amore a lungo e rumorosamente ad un tratto, in un momento di pausa si rizzo come un cane che sente un intruso, mi fece cenno di fare silenzio e si avvicinò alla porta. Auscultò, ridacchiò e, d'un tratto spalancò la porta mettendo davanti ai miei occhi il viso arrossato della cameriera con le vesti sollevate e una mano tra le gambe indaffarata ad un opera deliziosa ed inequivocabile. La cameriera gridò e fuggì via di fretta, Marisa rise e mi disse tutta contenta con quella parlata inequivocabilmente palermitana:
    “La vedesti? Si toccava la porca mentre ascoltava a noi due che facevamo l'amore. La dovrei cacciare, ma è inoffensiva. Che ci posso fare se è innamorata di me?”
    La guardai un po' sbalordito, ecco cos'era lo sguardo duro nei miei confronti, era gelosia sì ma l'oggetto del sentimento era Marisa non io.
    “Che sfrontata, l'abbiamo fatto solo una volta, per curiosità più che altro, ma a me le fimmine nun mi piacciono, pe' mia ce vuole l'uomo” e mi fece cenno ancora una volta che mi voleva nel letto.
    La finestra si apriva sul mare e su una palma altissima che torreggiava su un giardino pieno di fiori e di alberi di arancia, il sole calava verso il mare e il caldo torrido cominciava a virare versa una sera calda di inizio estate, nella piazzetta Marina pescatori a gruppi discutevano della giornata o contrattavano il pesce appena scaricato.
    La testata del letto, in mogano, era incorniciata da una treccia di uva e di mele, come un festone con due aperture da cui si affacciavano due angioletti scolpiti, il bianco delle sue mani aggrappate alle testata risaltava come neve caduta sulle pendici brune del monte.
    La osservai l'ultima volta uscendo, staccandomi con riluttanza dal suo viso irregolare, dalla sua bocca sorridente e dalle sua gambe, meraviglioso capolavoro di architettura naturale, prova inconfutabile che Iddio è un grande artista.
    Al Caffè della piazza la gente era poca, tra gli avventori il Maresciallo Caputo del locale comando stazione dei Carabinieri, il farmacista Antonio Mescola e Micheluzzo assistente tutto-fare del sindaco Fiandaca.
    Mi godevo il fresco sorseggiando una freschissima limonata e ascoltando distrattamente le chiacchiere degli avventori avviluppati in una intricata discussione sul pentapartito, Craxi, Andreotti e il partito comunista.
    Il Farmacista democristianissimo difendeva con forza l'azione equilibrata e calma dell'inossidabile Presidente del Consiglio Italiano mentre il sindaco Fiandaca, socialista, rimarcava il decisionismo del leader socialista Craxi e si dichiarava certo del tramonto ormai inarrestabile del vecchio P.C.I. oramai già diventato solo il P.D.S.
    Il Maresciallo ascoltava compunto senza dare segno di schierarsi da alcuna parte.
    Ad un tratto sembrò scuotersi e guardandomi con una punta di curiosità mi si rivolse chiedendomi:
    “E Lei? Lei che non è dell'isola e che viene dal continente Lei come la vede?”
    S voltarono tutti d'improvviso guardandomi con aria di attesa, la limonata rimase rimase sospesa tra il bordo del bicchiere inclinato e le mie labbra, dal vetro giallino del bicchiere i loro volti mi parvero lividi e minacciosi come la maschera di Otani Oniji in un ukiyo-e della fine del 1700 che era appeso alla parete d'ingresso dell'appartamento di Marisa.
    La risposta rimase sospesa nell'aria per un attimo poi arrivò, rassicurante e prevedibile alle orecchie dei miei interlocutori:
    “Ehm , ecco, io non mi occupo di politica, non ne penso nulla”
    Il farmacista sorrise conciliante
    “Eh già, il signore è in vacanza, si vede che tiene pensieri più lievi di questi...” lasciando in sospeso la frase e assumendo il viso divertito di chi era a conoscenza benissimo dei miei traffici e delle mie visite a casa di Marisa.
    Fu subito seguito da un coro di “ Eh già!... Per forza !.... Si capisce!” e da una serie di occhiate e di sorrisini dal significato esplicito.
    Mi alzai, e salutai avviandomi verso casa, alle mie spalle con una serie di bisbigli concitati il farmacista aggiornava i suoi amici del mio rapporto di amicizia con la signora Marisa.
    Lo sguardo fisso e puntato del Maresciallo Caputo mi seguì fino alla svolta della stradina che gira verso il Municipio.
    Lei mi guardava dal finestrone alto della sua camera, con i capelli sciolti e il bianco abbacinante dei suoi denti visibile sin dalla strada incorniciato nel cremisi delle sue labbra piene, sorrideva e mi fece cenno di aspettare, scese felice e mi portò alla spiaggia.
    “Sei andato a vantarti al Bar con gli amici eh?”, disse scherzando, “che peccato non essere lì a vedere la faccia del Maresciallo Caputo, gli sarà venuto un attacco di ulcera!” continuò ridendo divertita.
    Da mesi il Maresciallo la corteggiava insistentemente, fiori, inchini, piccole visite rispettose. Uomo d'altri tempi, al povero Caputo sfuggiva che Marisa, semplicemente, era una gran puttana, una che voleva avere più uomini possibile, una donna dalla sessualità maschile, perennemente a caccia, indifferente alle attenzioni e alle cortesie borghesi che le offriva inutilmente il carabiniere e perennemente in cerca di un nuovo maschio.
    Io ero la parentesi curiosa tra un garzone di fornaio e un pescatore, tra un muratore e un macellaio, tra un medico e un ingegnere, un piccolo divertissement a base di racconti di viaggio e sesso.
    Appunto una gran puttana e una gran donna, la più intelligente e colta che abbia mai incontrato in tutta la mia vita.
    Rimanemmo seduti all'ombra della luna tra rocce e cristalli di sale, con l'umido del mare che ci gelava la pelle fino all'alba, quando il sole arancione emerse dal mare il primo gabbiano mattutino ci girò intorno mentre facevamo l'amore.
    Qualche giorno dopo andai a casa sua per salutarla, mi liquidò rapidamente, con freddezza, sceso sulla stradina che porta al pozzo guardai verso la sua finestra e vidi un uomo in cannottiera che fumava una sigaretta. Mi spedì una cartolina qualche mese dopo da Gabicce, con dure righe di scuse per il commiato freddo e frettoloso, due righe a modo suo:
    “Je suis désolé mon cher Joachim, J'ai eu le poisson sur le feu.
    Bisous Marisa”.
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