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  • E sono qui, ultimo dei condottieri, a spiare queste terre inospitali da un castello di roccia. Li abbiamo conquistati ormai che sono cinque anni, ma gli infedeli ci sono ostili: soffrono, muoiono e ci odiano.
    Ovunque si estende il mio sguardo solo queste rocce di sabbia modellate dal vento e boschi oscuri.
    Ci sentivamo invincibili guidati da Haalfùn; mi ricordo la sera che prendemmo Bâru al Principe di Benevento Adelchi, le grida degli uomini e delle donne, l’ebbrezza del saccheggio, l’orgoglio della vittoria, la Mela d’Oro non era poi lontana. Con Sawdan al Magari spezzammo le resistenze, conquistammo e uccidemmo e alla fine il nostro comandante fu emiro di Apulia.
    Poi, sotto la guida del kefir Safì penetrammo l’entroterra, ci furono battaglie con le truppe bizantine che furono sgominate, disciolte, sotto l’onda verde guidata da Sefi. Ci dividemmo, io seguii Luca, verso il Castrum di Pietrapertosa e da lì prendemmo a guerreggiare con le truppe del catepano Tarcaniota.
    E ora sono qui in questo castello di roccia e di pietre a guardia di un fiume ostile, tra gente ostile, contro guerrieri barbari e ignoranti.
    Dove sono le belle poesie cantate alla luna davanti alla fontana con Suleyma e le danzatrici nelle notti al palazzo vicino alla porta Bab al-bahr, le notti a Balarmuh gli hammâm di al-Halisah cantate nei racconti di Ibn Hawqal.
    Lì tutto era poesia e dolcezza come un preavviso delle dolcezze della Janna, tutto era bellezza e cultura.
    Il borgo ai piedi del castello era fatto di povere case di pietra abitate da uomini miseri e da contadini, da bambini con gli occhi verdissimi e i capelli neri che ci guardavano ostili mentre passavamo per le vie, i frati al nostro passaggio si fermavano, chiudevano gli occhi, e tracciavano un segno di croce.
    A volte salgo sulla sommità del castello e di lì guardo verso il mare e immagino la mia terra, bianca di calce e verde di palmeti, dal cielo azzurro e dalle notti piene di stelle, dal cielo terso e limpido, risento la purezza del Muezzin dal minareto che canta le lodi dell’Altissimo e sono triste.
    Il mio amico 'Abu 'al Hasan Alì 'ibin 'abi 'al Basar mi ha scritto un bellissimo testo “Al mio amico Ahmed Al Islaam, ti mando questa mia poesia amico, che Allah ti protegga, sperando che essa ti attenui la nostalgia”.
    La sua poesia mi rapisce e recita

    “Ecco, gazzella ornata di orecchini,
    Che mi canta le nenie del villaggio;
    Quand'ella vede ciò che m'è successo.
    Mi accarezza la testa con la mano e
    non mi cale d'altro
    Nell'amor suo mi consumo,
    Il suo volto è luna che spunta;
    Stella del mattino
    Le è dolce il mio lungo dolore.
    Stella crudele: ed io sto per morire!
    Sdegnosa, impietosa,
    Tace ostinata;
    Tiranna, ingiusta;
    Diversa da quella che fu un giorno.
    Oh felice chi le sta accanto!
    Che le sue mani fresche come fonte
    Dissetano il cuore.”

    La nostalgia mi prende e vado via a cavallo scendendo verso il fiume Barantal e, al ponte mi fermo a guardare l’acqua che scorre e penso.
    Arrivano tutti insieme quegli armenti, condotti da una pastorella, bruna di capelli e dagli occhi come smeraldi. Mi osserva spaventata, abbassa lo sguardo e tenta di passare senza guardarmi, mi passa e poi si ferma. Mi guarda con occhi intensi da gazzella mentre le sue labbra tremano e i pugni sono chiusi, mormora qualche cosa e scappa via.
    Poi sento un grido e monto sul cavallo, quattro disperati l’hanno presa, grida la disperata e si dispera, li affronto, li sbando e li sconfiggo.
    È a terra piangente e scendo da cavallo, le sorrido porgendole la mano come a una gran dama.
    I suoi occhi si accendono splendenti e il suo sorriso è avorio del più bianco, mi guarda stupita e grata, si alza e scappa via con i suoi armenti.
    Riparto da questa terra sconsolata, insieme ai miei armati torno verso il mare, lascio quei boschi oscuri e quel castello di roccia e pietre.
    Mi porto via quegli occhi di smeraldo e quella falce di avorio.
    I Franchi catafratti ci inseguono e non ci danno tregua, sfuggiamo a questa terra di croci e miscredenti barbari e volgari, spero di ritornare a Balarmuth, tra le sue fontane e le acque fresche dei qanat, tra datteri e donne deliziose. Amico mio ti scrivo queste mie impressioni sulla pergamena sperando che presto potremo leggerle e riderne insieme facendo il bagno negli hammâm di al-Halisah nella nostra bella Balarmuth.
    Immagino il sole che sorge sul mare, quel chiarore indistinto del primo mattino che si fa giallo accecante e risplende sul verde dei giardini, sugli aranceti e sui limoni tra mille odori e frutti profumati.
    Karl si guardò la spada, rossa di sangue saraceno e poi guardò quel viso straniero sconvolto dal dolore e dalla fatica dello scontro. Urlò al cielo la sua vittoria e gli risposero gli altri armati: i saraceni era stati abbattuti, il Cristo regnava nuovamente in Lucania e Terra di Lavoro.
    Nella bisaccia del saraceno una collana e pergamene piene di segni sacrileghi in quella loro scrittura infedele che finirono a terra, affogate nel sangue del loro scrittore.

    by G.D. 2009
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