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  • Porto gli occhiali da quando ero bambino, le mie foto di seconda elementare mi rimandano l'immagine in bianco e nero di un ragazzino magrissimo, biondino, con gli occhiali.
    Ormai fanno parte di me, sono il primo gesto del mattino e l'ultimo della sera, i miei compagni fedeli che mi aiutano e riconoscere cose e persone.
    Non metto le lenti a contatto, mi rifiuto! Non tradirò il semplice gesto quotidiano di indossare i miei occhiali in cambio della lusinga estetica delle lenti a contatto, non allestirò nel mio bagno una copia moderna di Das Cabinett des Doctor Caligari per pulire, disinfestare, accudire come un servo due morbide pellecchie da mettere sui miei occhi.
    I miei occhiali dicevo, da ragazzo li compravo da Ottica Celentano, in via Pretoria, mi ci portava Papà e, dopo lunga trattativa con Antonio Celentano che conosceva da sempre, si addiveniva alla scelta della montatura -Che non sia troppo costosa!-, non erano i tempi di oggi, si badava al denaro e al budget familiare.
    Purtroppo, come potete facilmente comprendere, ad un ragazzino un po' vivace, quale io ero, poteva succedere di rompere gli occhiali e, in tali frangenti, la normale vita familiare prendeva le tinte fosche della tragedia greca.
    Tornato a casa con gli occhiali irrimediabilmente rotti per una pallonata, o per una corsa, o un salto, passavo velocemente nel corridoio cercando di eludere lo sguardo radar di mia Madre che, appena avevo superato il varco della porte della cucina, cercando di pormi in salvo nella mia cameretta, poneva la domanda fatidica – che è successo? Giampiero dove corri?-.
    Entrato in cucina con gli occhiali rotti la reazione istantanea di mia Madre era quella di guardarmi la faccia
    -ti sei fatto male? Gli occhi ? Mannaggia alle schegge di vetro, fammi vedere-,
    poi subito dopo assicuratasi nella mia incolumità
    -Digrazziato! (non è un errore quella doppia zeta, nell'arrabbiatura il dialetto napoletano tornava alla luce in mia Madre e la pronuncia aveva inconfondibilmente quella marcatura sulla zeta che posso rappresentare solo raddoppiandola) e adesso chi lo sente a chillu pover'ommo!-.
    Il “pover'ommo” era mia Padre, povero nel senso che lavorava, e che era quello che “portava il pane a casa” e che quindi portava il carico delle preoccupazioni economiche per la conduzione del menage familiare.
    Inutile dire che, ovviamente, in piena ed autentica tradizione napoletana, mio padre non aveva i cordoni della borsa che erano saldamente controllati da mia Madre a cui, il “pover'ommo” consegnava tutto lo stipendio, e che sia l'esclamazione di mia Madre, sia tutte le rappresentazioni che ne seguivano obbedivano ad un canovaccio teatrale recitato in ossequio formale alla tradizione del Pater Familias.
    Ovviamente io tutto questo all'epoca non potevo capirlo e, di conseguenza, ritornavo scornato nella mia stanza attendendo la mia nemesi nei panni di Papà al ritorno dall'ufficio e alla sua conseguente “ira funesta”.

    ATTO 1 - Scena 1
    Mio Padre ritorna a casa
    -Uè Lilianè, eccomi qua, che si mangia?-
    -Ciao Matte', ho preparato pasta e fagioli-
    -Buuuooono!-
    -Matteo, guarda che 'o uaglione a scassato gli occhiali-
    -Chi? Mario? Chello distrazziato!-
    -Nooo! Che c'azzecca Mario, te la pigli sempre cu chello povero uaglione, è stato Giampiero-
    -Maronna mia bella! S'è fatto male? S'è tagliato? Addò STA !- (con tono di allarme crescente)
    -Shhhhh, niente, niente, non si è fatto niente, solo che gli occhiali si sono rotti-
    -Meno male che non s'è fatto niente. Maronna mia, n'ata spesata. Stu mese non ci voleva proprio-
    -Va bene, va bene, non ti preoccupà Matteù, ci sono quei soldini che avevo messo da parte, non ti preoccupare.-
    -Mannaggia S. Cinella, si fa tanto per guadagnare due lire!-
    -Eh vabbuò, mò va di là digli qualcosa-
    -Mo ci penso io-

    ATTO 1 - Scena seconda
    Seduto nella stanza ho cercato di sentire quello che si bisbigliavano a bassa voce i miei genitori ma, dopo la faccenda del pasta e fagioli non sono più riuscito a sentire niente.
    D'un tratto un boato:
    -COME ? N'ATA VOTA! N'ATU PARE 'E LENTI? CHILLU DISGRAZZIATE !!!!!!-
    Inutile dire che adesso u' disgrazziate ero inequivocabilmente io.
    -Tu, tu, disgrazziate, te ne sei andato a giocare a pallone, quante volte ti devo dire che a pallone non devi giocare con gli occhiali, delinquente, disamorato, incosciente!-
    Il tutto simulando abilmente di volermi ammazzare di mazzate ma, di fatto, facendo solo un grande scarmazzo e finendo, al massimo, per allungarmi due sonori scorzini.
    -Basta, basta, io non te ne compro più di occhiali nuovi, che vi credete che vostro Padre i soldi li va a rubare!- e poi via di nuovo una serie di – incosciente, delinquente, disgrazziato!-
    Più spaventato dalle grida belluine che dalle mazzate vere e proprie che in realtà non arrivavano, mi rifugiavo piagnucolando sotto la gonna di mia madre che, dopo aver approfittato dell'occasione per rifilarmi qualche affettuoso scurzino, sempre in ossequio al Pater Familias, intercedeva per me dicendo:
    -Va bene va, mo' basta su! Mo me lo hai fatto piangere a sta criatura, quello mica lo ha fatto a posta!-
    Ricevendo, alla imbeccata perfettamente recitata, la risposta di rito da parte di mio Padre che simulava anche un tentativo di rifilarmi un altro scapaccione:
    -Nun l'ha fatto apposta! E volevo vedere pure che lo faceva a posta, sto fetente, sto incosciente-.
    Ma era l'ultimo fuoco, ormai pian piano l'acme della scena tragica si era raggiunto e pian piano il vulcano di andava spegnendo tra occhiatacce e borbottii.

    ATTO 2
    Scena prima
    Nel pomeriggio, dopo la sacrosantissima penichella, Papà si avvicinava e dopo avermi chiamato con uno dei mille soprannomi con i quali usualmente mi appellava (stessa abitudine ho io con i miei figli che, pazientemente, sopportano gli infiniti nomignoli e soprannomi con cui li chiamo), Zampanò, Fiorellino, Scianghitella, ecc., ecc., mi diceva solennemente:
    -stasera saliamo a Via Pretoria e andiamo da Celentano-
    Alle 18,00 con Mamma e Papà mi avviavo lungo via Verdi per andare verso Via Pretoria nel negozio dell'ottico Celentano-

    ATTO2
    Scena seconda
    Man mano che salivamo verso il centro potevo cogliere, con l'approssimarsi dell'effettivo esborso di denaro per i nuovi occhiali, i prodromi di un nuovo peggioramenro di umore di mio Padre.
    Inevitabilmente, all'ingresso dall'Ottico Celentano, le battute che seguivano erano, invariabilmente le stesse:
    -Ue' Buona sera Matteo, qual buon vento?- poi, guardandomi, con un sorrisetto perfido
    -Che hai cumbinato sta volta? Hai scassato n'atu pare 'e lenti?-
    Innescando l'inevitabile reazione di mio Padre che cercava subito di rifarsi rifilandomi uno scorzino e sibilando:
    -N'ata vota, stu piezze 'e disgrazziato!-.
    E Celentano, implacabile:
    -Sti ragazzi so tutti uguali! Scustumati, irrequieti! Facevano bene i nostri padri Matteo, ci vorrebbe la cinghia con questi qua!-
    Inutile dire che queste frasi avevano lo stesso effetto di sventolare un drappo rosso davanti ad un toro infuriato, solo che il drappo ero io.
    Come Dio voleva, passato questo primo momento, non senza commenti da parte di qualche sempre presente ulteriore avventore che, inevitabilmente sentenziava: -Ci vuole pazienza con sti ragazzi!-, si passava alla scelta della montatura e delle lenti.

    ATTO 2
    Scena terza
    -Va bene, allora Matteo, tra una settimana , arrivano le lenti da Napoli e potete venire a ritirare gli occhiali nuovi-
    -Si va bene ma, quanto verrebbe la spesa?-
    A questo punto, intuendo il pericolo insito nella risposta a questa domanda cercavo di mettermi a distanza di sicurezza da mio Padre.
    -Bhè, insomma,...fammi vedere un po'...-
    Tergiversava il terribile Celentano guardandomi sott'occhio non senza un pizzico di perfidia
    -Insomma Matteo saranno circa 60.000 lire!-
    La sentenza aveva l'effetto di una scarica elettrica che esitava contemporaneamente una immediata richiesta di sconto, un tentativo di rifilarmi un altro scapaccione, e una occhiataccia di mia Madre.
    Nell'ordine:
    -Eh ma che esagerazione, Antò amma fa almeno 50.000 lire!-
    -Disgrazziate, quanne t'acchiappo!-
    Occhiataccia di mia Madre.

    Il finale ovviamente era meno tragico, effettuata la rappresentazione teatrale a scopo educativo, dopo pochissimo tornavo ad essere Zampanò e, come sempre oggetto di amore assoluto da parte di mio Padre.

    Detto tutto questo, come faccio a tradire le mie fedeli, carissime, lenti da vista? Non posso e quindi, a dispetto di mode, lusinghe estetiche e funzionali continuo a portare fieramente i miei occhiali.
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