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  • Anteprima del libro in uscita a luglio
    Titolo originale: Basket Case Copyright © 2002
    Carl Hiaasen Prima edizione italiana: Meridiano Zero 2008
    Copyright © 2012 Meridiano Zero di Odoya srl
    Traduzione: Marco Vicentini
    Musica: Dickey F: CROKODILE TEARS
    http://www.jamendo.com/it/artist/370179/dickey-f


    La prima cosa che mi colpisce, della morte di James Bradley Stomarti, è la sua età.
    Trentanove anni. Sette meno di me.
    Sono particolarmente interessato ai più giovani e ai più vecchi, ma chi non lo è? I necrologi letti più avidamente sono quelli di chi è morto troppo presto oppure di chi ha tirato avanti oltre ogni aspettativa.
    Quello che tutti vorrebbero sapere è: come ha fatto? Qual era il suo segreto? Oppure: perché proprio lui? Potrebbe accadere anche a me?
    Anch’io mi faccio queste domande.
    Un’altra cosa, a proposito di James Bradley Stomarti: il nome. Sono sicuro di averlo già sentito, quel nome.
    Ma nel fax delle pompe funebri non c’è nessun elemento utile. Martedì ci sarà una cerimonia privata, con la dispersione delle ceneri sull’Atlantico. La famiglia chiede di fare un’offerta alla Cousteau Society, invece di mandare fiori. Un tocco di classe.
    Scorro l’elenco dei parenti citati e noto moglie, sorella, madre – niente figli, il che è un po’ strano per un trentenne eteroses- suale, come suppongo sia James Bradley Stomarti in base al suo matrimonio.
    Premo un tasto sul mio computer e ottengo istantaneamente il collegamento con la “morgue”, anche se sono l’unico qui al giornale che continua a chiamarla così. Centro Reperimento Risorse viene definito nei comunicati, ma morgue rende molto meglio l’idea. È l’archivio di tutti gli articoli che risalgono fino al 1975, che per la memoria di un giornale si confonde con l’età dei dinosauri.
    Digito il nome del defunto. Eccolo!
    Sto ben attento a non lasciar trasparire nessuna manifestazione di entusiasmo, neanche un sorriso, per non mettere in allarme il mio caporedattore, sempre sul chi vive. Il nostro giornale pubbli- ca solo un articolo al giorno nella pagina dei necrologi; tutte le altre morti sono condensate in poche righe o totalmente ignorate. Per anni abbiamo avuto due pagine, ma recentemente la Morte ha perso spazio a favore del Meteo, che ha perso spazio a favore delle Celebrità, che hanno perso spazio a favore dell’Oroscopo. Il buco che mi resta è a malapena sufficiente per un singolo articolo, così sono molto cauto prima di impegnarmi su un pezzo. Il boss, poi, non è per niente elastico. Una volta che ho detto a che cosa voglio dedicarmi, non posso più cambiare, anche se nel frattempo è deceduto qualcuno di molto più interessante.
    Un altro buon motivo per non sembrare troppo eccitato è che se si comincia a pensare che la morte di James Bradley Stomarti può fare notizia, il capo me la soffia e la va ad affidare a una delle nostre giovani penne rampanti, come il gatto che lascia sullo zerbino il topo appena ucciso. La totale mancanza di scrupoli nel riassegnare gli incarichi è la maniera qui al giornale di ricordarmi che sono sempre al primo posto della lista nera, dove resterò fino a quando i maiali non voleranno, e che la mia firma non comparirà più in prima pagina.
    Quindi non dico niente. Mi siedo alla scrivania e scorro ve- locemente l’archivio del computer che mi aggiorna, tra i pezzi di colore e gli articoli veri e propri, sulla vita di James Bradley Stomarti, più noto come Jimmy Stoma.
    Ecco qui. Il Jimmy Stoma.
    Quello di Jimmy e gli Slut Puppies.
    Da qualche parte nel mio appartamento c’è uno dei loro primi
    album, Reptiles and Amphibians of North America. Jimmy era la voce del gruppo e a volte suonava la chitarra acustica, accompa- gnandosi con l’armonica. Ricordo che mi piaceva molto uno dei singoli del gruppo, “Basket Case”, dall’album Floating Hospice. Ma se l’è portato via una mia ex, quando ci siamo separati. Jimmy non era certo un Don Henley, ma sul pubblico femminile un certo effetto lo faceva. E inoltre sapeva cantare.
    Veniva anche arrestato con regolarità, e registrato sempre con il nome di battesimo. Ecco perché si trovano delle notizie, se si cerca “James Bradley Stomarti”.
    Dalla morgue:
    13 dicembre 1984. Jimmy Stoma sposa a Las Vegas una ex corista ora wrestler professionista, alla presenza di Steven Tyler, John Entwistle e Joan Jett. In serata è stato arrestato per avere urinato sulla limousine di Engelbert Humperdinck.
    14 febbraio 1986. La moglie di Jimmy Stoma chiede il divorzio accusando il marito di abuso di alcol e cocaina, e di varie perver- sioni sessuali. Gli Slut Puppies aprono la tre giorni di musica al Madison Square Garden e Jimmy presenta al pubblico la sua nuova ragazza, una performance artist che ha adottato il nome di Mademoiselle Squirt.
    14 maggio 1986. Stoma viene arrestato per oltraggio al pudore a Charlotte, in North Carolina, durante un concerto in cui ha eseguito il bis indossando unicamente un preservativo e una ma- schera di Halloween con la faccia del reverendo Pat Robertson.
    19 gennaio 1987. Dopo l’uscita del quarto album degli Slut Puppies, A Painful Burning Sensation, destinato a diventare un triplo disco di platino, Jimmy Stoma cancella il tour annunciato da tempo. Fonti attendibili informano che ha problemi a mo- strarsi in pubblico perché da quando ha smesso di usare cocaina è aumentato di peso, arrivando a 130 kg. Stoma dice che è solo un’interruzione dei concerti dal vivo per poter lavorare a «impor- tanti progetti in studio».
    5 novembre 1987. Jimmy Stoma viene arrestato a Scottsdale, in Arizona, per aver preso a pugni il fotografo della rivista Magazine che l’aveva seguito fino ai cancelli del Gila Springs Ranch, un centro esclusivo di terapie olistiche d’urto per la perdita di peso.
    11 novembre 1987. Jimmy Stoma viene arrestato per la seconda volta in una settimana, questa volta per il furto di una ciambella e di due bignè al cioccolato da una pasticceria di Phoenix.
    25 febbraio 1989. Stoma e una donna non ancora identifica- ta rimangono feriti nella collisione tra la sua moto d’acqua e il transatlantico ss Norway nel porto di Miami. La collisione non ha provocato danni alla nave, ma i medici affermano che Stoma dovrà stare a riposo per mesi prima di poter suonare di nuovo.
    25 settembre 1991. Stomatose, il primo album inciso da Jimmy Stoma senza il suo gruppo, viene stroncato da Spin e da Rolling Stone. All’uscita si era piazzato al ventiduesimo posto nella classifica di Bill- board, ma è crollato al novantasettesimo in due settimane, prima di...
    – Jack?
    Vi presento il mio caporedattore, l’impossibile Emma.
    – Che hai fatto ai capelli, Emma?
    – Niente.
    – Qualcosa lo hai fatto di sicuro.
    – Jack, ho bisogno di un articolo.
    – Hai un’aria più sexy, – faccio io. Emma non lo sopporta,
    quando fingo di flirtare. – C’è qualcosa di diverso nei capelli. Lei arrossisce, ostentando una smorfia indifferente. – È solo una
    spuntatina. Hai qualcosa per me?
    – Non ancora, – mento.
    Emma si avvicina, cercando di far entrare il mio monitor nel
    suo campo visivo. Sospetta che io scarichi filmati porno da In- ternet, una causa più che sufficiente per sbattermi fuori. Non ha mai licenziato nessuno, ma sarebbe felice se la sua prima volta fosse con me. E non è la sola a pensarla così.
    È giovane e ha l’inflessibile ambizione di salire nella gerarchia del giornale. Sogna un ufficio con finestra, il simbolo della vera autorità, e le stock option.
    Povera ragazza. Ho cercato di indirizzarla verso una professione più adatta ai suoi talenti – la vendita di scarpe, tanto per fare un esempio – ma non mi vuole ascoltare.
    Allungando la testa verso il mio computer, annuncia: – A East County la notte scorsa è morto il rabbino Levine.
    – Lunedì è morto anche il rabbino Klein, – le ricordo. – Io non faccio più di un prete alla settimana. È nel contratto.
    – Allora trovami qualcosa di meglio, Jack.
    – Ci sto lavorando.
    – Chi è Stomarti? – chiede, sbirciando lo schermo. Con quegli
    occhi verde giada, Emma ha l’aria di un falcone esotico.
    – Non lo sai? Era un cantante rock.
    – Di qui?
    – Aveva una casa a Silver Beach, – le rispondo, – e una alle
    Bahamas.
    – Mai sentito, – conclude lei.
    – Sei troppo giovane.
    Sembra scettica, non lusingata. – Penso che alla gente interessi
    di più il rabbino Levine.
    – E allora piazzalo alla Cronaca, – suggerisco.
    Ovviamente non è entusiasta dell’idea: lei e il caporedattore
    della Cronaca non vanno molto d’accordo.
    – È domenica, – le ricordo. – Nel mondo non può succedere
    nient’altro di importante. La Cronaca mi sembra adatta per un commiato al rabbino.
    Lei sonda: – Quel cantante... quanti anni aveva? – Trentanove.
    – Davvero?
    Adesso l’ho interessata.
    Continua, fredda: – E di che cosa è morto? 9
    – Non lo so.
    – Droga, probabilmente, – riflette, – o suicidio. Le conosci le regole sul suicidio, Jack.
    I giornali di solito non riportano come suicidi le morti avve- nute in privato, basandosi sul principio che potrebbero piantare l’idea nella testa di altri in preda alla depressione, e trovarsi con uno stuolo di imitatori. Di questi tempi nessun giornale può permettersi di perdere abbonati.
    C’è comunque un’eccezione giornalistica di lunga data alla re- gola che “il suicidio non esiste”.
    – Lui è famoso, Emma. La regola non conta.
    – Non è famoso. Io non l’ho mai sentito.
    Mi sta costringendo di nuovo a insultarla. – Hai mai sentito
    nominare Sylvia Plath? – le chiedo.
    – Ovviamente.
    – E lo sai perché hai sentito parlare di lei, Emma? Perché ha
    ficcato la testa nel forno. Ecco perché è così famosa.
    – Non sei divertente, Jack.
    – Altrimenti sarebbe soltanto un’altra brillante poetessa com-
    pletamente sconosciuta e poco apprezzata, – insisto. – La fama aumenta le possibilità di morte. Ma la morte aumenta le possi- bilità di fama. Questo è un dato di fatto.
    Vedo il lavorio controllato delle sue mascelle. Probabilmente sta fremendo dalla voglia di mandarmi affanculo, ma sarebbe una grave violazione del comportamento aziendale, una macchia incancellabile in una carriera altrimenti irreprensibile. Sono sin- ceramente desolato per lei.
    – Emma, lasciami fare un controllo su Stomarti.
    – Ma intanto, – conclude seccamente, – ti tengo sessanta righe per il rabbino Levine.
    Un annuncio di morte non è la stessa cosa di un necrologio. L’an- nuncio di morte è un comunicato scritto e pagato dalla famiglia del defunto, e inviato ai giornali dalle agenzie di pompe funebri come parte del loro servizio. È generalmente scritto in carattere piccolo – l’Agate – ma può essere usato qualunque altro carattere più elaborato e barocco, secondo il desiderio della famiglia. I giornali sono sempre estremamente disponibili se si tratta di un servizio a pagamento.
    Quello di Jimmy Stoma è peculiare per la sua brevità, e soprat- tutto per quanto omette:
    stomarti, James Bradley, trentanove anni, è mancato giovedì scorso nelle Berry Islands. Bradley era una personalità dello spet- tacolo che abitava a Silver Beach dal 1993 e collaborava con la chiesa locale e i gruppi civici di quartiere. Appassionato di golf, vela e immersioni subacquee, aveva raccolto migliaia di dollari per la salvaguardia delle barriere coralline delle Florida Keys e delle Bahamas. Ne piangono la dipartita la moglie Cynthia Jane e la sorella Janet Stomarti Thrush, di Beckerville. La messa si svolge- rà martedì mattina con rito privato alla chiesa di St. Stephen, e verrà seguita da una breve cerimonia al largo del faro di Ripley, dove Jim desiderava essere sepolto. La famiglia chiede offerte alla Cousteau Society, invece delle corone di fiori.
    Strano. Non c’è traccia della sua vita come uno degli Slut Pup- pies, dei sei milioni di dischi venduti, dei premi di mtv, del Gram- my Award. La musica non viene citata neppure tra gli hobby.
    Forse l’aveva voluto lui; forse aveva lavorato così duramente per lasciarsi alle spalle gli anni delle follie che non voleva che niente, neppure la sua morte, facesse rivivere il passato.
    Scusami Jim, cercherò di essere gentile.
    Nell’elenco telefonico della contea non esiste un James o J. Sto- marti, ma c’è una Janet Thrush a Beckerville. Una voce di donna risponde al terzo squillo. Le dico chi sono e che cosa sto scrivendo.
    – Lei è la sorella di Jimmy?
    – Sì. Senta, mi può richiamare tra un paio di giorni?
    E qui arriva la parte difficile, quando devo far capire – molto delicatamente – che, se si tratta di necrologi, è “adesso o mai più”. Se aspetti quarantott’ore, al giornale non ci sarà più nessuno a cui freghi qualcosa della morte di tuo fratello.
    Niente di personale. È il giornalismo.
    – L’articolo deve uscire domani, – le spiego. – Mi dispiace di disturbarla. E ha ragione, potrei usare il materiale che abbiamo in archivio...
    E lascio che l’angosciosa prospettiva si materializzi. Nessuno merita un necrologio basato solo sulle vecchie storie dei giornali. – Preferirei scambiare due parole con quelli che l’hanno cono- sciuto meglio, – dico. – La sua morte sarà una brutta notizia per
    molti, in tutto il paese. Suo fratello aveva così tanti fan... – Fan? – mi sonda lei.
    – Sì. Anch’io lo ero.
    Silenzio impenetrabile all’altro capo della linea.
    – Jimmy Stoma, – insisto, – il Jimmy Stoma di Jimmy e gli Slut Puppies. È lo stesso James Stomarti, vero?
    Lei risponde sottovoce: – È stato tanto tempo fa.
    – La gente lo ricorderà. Mi creda.
    – Be’, mi fa piacere... penso. – Non sembrava convinta.
    – Non diceva molto, l’annuncio, – dico.
    – Non saprei. Io non l’ho visto.
    – A proposito della musica, voglio dire.
    – Ha parlato con Cleo?
    – Chi è Cleo?
    – La moglie.
    – Ah... Nel comunicato delle pompe funebri era scritto
    Cynthia.
    – Si chiama Cleo, – risponde lei. – Cleo Rio. La sola e unica. Quando dico che non l’ho mai sentita, Janet ridacchia. In sot-
    tofondo si sente un telefilm alla televisione.
    – Be’, faccia finta di sapere chi è, – mi suggerisce, – e le garan- tisco che otterrà l’intervista.
    Evidentemente tra moglie e sorella non corre buon sangue. – E lei?
    – È meglio che non faccia il mio nome.
    – Non è quello che intendevo, – spiego. – Speravo di riuscire a parlarle. Solo un paio di domande? Mi scusi, ma la scadenza di domani...
    – Mi telefoni, – taglia corto, – dopo che avrà parlato con Cleo. – Ce l’ha il suo numero di telefono?
    – Certo. – Me lo dà, e poi aggiunge: – Le do anche l’indirizzo.
    Forse dovrebbe andarla a trovare a casa sua.
    – Ottima idea, – dico, ma non ho nessuna intenzione di uscire.
    Nel tempo che ci vuole per andare e tornare da Silver Beach posso portarne a termine cinque, di interviste telefoniche.
    – Se vuole che sia completo, l’articolo, non può fare a meno di incontrare Cleo. – Un momento di silenzio. – Guardi che non sto cercando di insegnarle il suo lavoro.
    – La ringrazio per le informazioni, ma mi dica una cosa: com’è morto suo fratello? Era malato?
    Capisce benissimo quello che intendo. – Erano nove anni che Jimmy non toccava più nessuna droga, – mi risponde.
    – E allora cos’è successo?
    – È stato un incidente, credo.
    – Che tipo di incidente?
    – Lo chieda a Cleo, – risponde Janet, e riaggancia.
    Sono già sulla porta, quando Emma mi blocca. È più bassa di me di quasi trenta centimetri. E si muove come un gatto. Non la sento mai arrivare.
    Mi dice: – Lo sapevi che il rabbino Levine ha incominciato ad andare in deltaplano all’età di settant’anni? È interessante, questo.
    – È morto in deltaplano, Emma? Si è per caso schiantato contro la sinagoga?
    – No, – ammette. – Un infarto.
    Scrollo le spalle. – Ok, ci hai provato. Io vado a trovare la vedova Stomarti.
    Ma lei non si arrende: – Io dico che è meglio il rabbino.
    Maledizione. Adesso mi obbliga a mostrare le mie carte. Con- trollo tutt’intorno e vedo con sollievo che nessuna delle giovani glorie è al lavoro, oggi. Questo è uno dei vantaggi di lavorare la domenica, che la redazione sembra una tomba. Se Emma vuole rubarmi l’articolo, allora deve scriverselo da sola.
    Ed Emma, con buona pace della parità tra i sessi, non è mai stata una giornalista. A giudicare dall’ardua sintassi dei suoi pro- memoria, avrebbe qualche difficoltà a comporre anche un bigliet- tino di ringraziamento.
    Mi decido.
    – James Stomarti era Jimmy Stoma, – annuncio.
    Ruga sulla fronte di Emma. Intuisce che il nome dovrebbe
    dirle qualcosa. Ma piuttosto che ammettere il contrario, resta in silenzio ad aspettare il seguito.
    – Jimmy Stoma e gli Slut Puppies, – aggiungo.
    – Non mi dire.
    – Ricordi “Basket Case”?
    – Certo. – Ruota leggermente la testa, i suoi occhi da falco control-
    lano ogni centimetro della sala. Il piano, lo so benissimo, è di passare Stoma a un altro giornalista e affibbiare a me il rabbino morto.
    Ma resta a mani vuote. L’unica parvenza di vita nella sezione Cronaca viene da Griffin, il cronista della Nera del weekend. Grif- fin ha sessant’anni, è odioso e intoccabile. Emma non ha nessuna autorità sui reporter della Nera. Griffin alza la testa e il suo sguar- do le passa direttamente attraverso, come se fosse fatta d’aria.
    Con un accenno di cipiglio, Emma si gira di nuovo verso di me. – Suicidio, vero?
    – No. Incidente.
    Scura in volto, si arrende. – Sessanta righe, – conclude secca- mente. – Non una riga di più, Jack.
    – Per la morte di una rock star? – commento amaramente. – Un musicista che ha vinto il Grammy Award e muore tragi- camente a trentanove anni? Ti assicuro che il New York Times mi darebbe ben più di sessanta righe.
    – Non sulla pagina della Morte.
    Le strizzo l’occhio. – Hai ragione. In un’altra pagina.
    Lei aggrotta la fronte. – No, Jack! La prima pagina no. Non
    pensarci neanche.
    Che spasso. Non c’è pericolo che Jimmy finisca in prima pagi-
    na sul Times – sarà già fortunato a ottenere il posto d’onore nella pagina dei necrologi. Ma Emma è in agitazione, allarmata alla possibilità che io fugga dalle segrete. Senza dubbio le sembra una minaccia per la sua carriera, visto che uno dei suoi compiti come neocaporedattore è di assicurarsi che io resti a strisciare per terra, senza possibilità di redenzione. La cosa più desiderabile per lei, dopo il mio licenziamento, sarebbe costringermi ad andarmene, cosa che ovviamente non ho nessuna intenzione di fare.
    È divertente.
    – Potresti fare il nome di Stoma alla riunione di redazione, giusto in caso, – suggerisco.
    – Sessanta righe, Jack, – ribatte lei, decisa.
    – Perché ho l’impressione che in direzione ci sia almeno un fan degli Slut Puppies. – Mi riferisco a Abkazion, il nuovo direttore, che ha la mia età e lavora anche il weekend.
    – Settantacinque righe al massimo, – concede.
    La saluto sventolando il bloc notes e mi affretto all’ascenso- re. – Ne parliamo quando ritorno. Adesso vado a far visita alla signora Stomarti.
    – Che tipo di incidente? – mi urla dietro. – Come è morto? Jack?
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