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  • Anteprima del libro in uscita a luglio.
    Traduzione di Francesca Frulla
    Titolo originale
    Fargo Rock City
    Copyright © 2001 Chuck Klosterman
    Copyright © 2012 Meridiano Zero di Odoya srl
    isbn 978-88-8237-245-3
    Gruppo editoriale Odoya srl
    Via Benedetto Marcello, 7 - 40141 Bologna www.meridianozero.it
    e-mail: info@meridianozero.it

    Musica: Harry Marttila: Whisky 'N' Milk 'N' Girls
    http://www.jamendo.com/it/artist/373285/harry-marttila

    Introduzione

    Non ho mai portato i capelli lunghi.
    Penso non ci sia stato giorno in cui la mia nuca non fosse ben
    visibile, anzi, credo di avere lo stesso taglio alla Richie Cun- ningham da ventisette anni (a parte un breve periodo, dal 1985 al 1988, quando facevo la riga in mezzo e li lasciavo morbidi dietro). Mi sembra di aver passato metà della mia vita a discutere con i miei genitori sull’argomento, e ovviamente non c’era volta che non la spuntassero loro.
    Un giorno, mentre frequentavo il primo anno delle superiori, mi arrabbiai così tanto per la questione dei capelli che sputai sul pavimento della cucina. Purtroppo nemmeno quel gesto così esplicito servì a smuovere il gusto estetico di mia madre.
    Lei non capiva. Io non volevo semplicemente i capelli lunghi – io ne avevo bisogno. E il mio desiderio di chiome lunghe e fluenti in teoria non aveva niente a che vedere con la moda, e non era neanche una forma di protesta contro le convenzioni della società. La mia ragione era molto più filosofica.
    Adoravo il rock.
    Per un bambino bianco pelle e ossa come me, che viveva con la famiglia in una fattoria del Nord Dakota, il rock era tutto. Era la risposta a tutti i problemi che pensavo di avere. Non sapevo cantare e non suonavo nessuno strumento, ma ero sicuro di ave- re il giusto potenziale per fare rock. Passavo la notte a infilare nel mio stereo portatile (lo chiamavamo ghetto blaster, ma adesso potrebbe sembrare un po’ razzista) le cassette dei Mötley Crüe e dei Ratt. Ballavo e pogavo da solo in camera mia mentre leggevo Hit Parader e giocavo a basket uno-contro-nessuno con un piccolo canestro. Chiaramente, ero sempre pronto a scatenarmi – ma mi servivano i capelli. Non importava se biondi e lisci come quelli di Vince Neil, o neri e arruffati come Nikki Sixx – io li volevo più lunghi. Sarebbero stati il sentiero che mi avrebbe portato alla gloria, l’unica cosa della mia vita che avrebbe potuto rispecchiare il mondo dei Crüe: loro vivevano a Los Angeles, si portavano a letto le pornostar, bevevano Jack Daniel’s a colazione ed erano liberi di sputare sul pavimento della cucina senza che succedesse niente. Erano come gli dèi dell’Olimpo, e soltanto perché com- prendevano l’impressionante grandezza del rock. Paragonato a Nikki e a Vince, Zeus era un impostore.
    Purtroppo i Crüe si rivelarono divinità effimere, bruciate dalla coca. I critici di musica rock aspettarono per un intero decennio che l’heavy metal si schiantasse come uno zeppelin di piombo, poi, forse nemmeno un secondo dopo che Kurt Cobain si presentò con un abito da donna all’Headbanger’s Ball su mtv, presero tutti le vanghe e cominciarono a gettare fango sulle tombe dei Faster Pussycat, dei Winger, dei Tesla, dei Kix e di ogni altra band che avesse sperimentato con i vestiti di spandex, la lacca per capelli e le nuvole di fumo sul palco. Il metal era sempre stato un po’ sciocco; da allora non fu più nemmeno divertente. Era la fine. Yngwie Malmsteen, chi era costui?
    Diventai un esule culturale; negli anni Novanta mi ritrovai a vagare alla ricerca di riff pirotecnici e Budweiser tiepide. Non importava quanto fingessi di apprezzare la Sub Pop o l’hip-hop – era chiaro a tutti che ero un fossile dell’età della pietra, musi- calmente parlando. La mia reputazione veniva sempre messa in discussione. Come una specie mutante di Morlock metallari, io e i miei compagni di headbanging andammo a nasconderci. Pregai anche che la ragazza alternativa che lavorava al bar della zona non venisse mai a sapere del nostro amore per i Krokus.
    Ma quell’epoca buia sta per finire.
    È arrivata l’ora per noi di riabbracciare il nostro passato heavy metal. L’ora di ammettere che ci scatenavamo come uragani.* È giunto il momento di fuggire sulle colline e di non fermarci più.** Dobbiamo fare come suggerisce la canzone “Shout at the Devil”.*** Ne abbiamo il diritto, non ce lo lasceremo sfuggire, non permetteremo che accada.
    In poche parole, questo è il motivo per cui ho scritto questo libro: riconoscere l’importanza, almeno per chi lo amava, di tutto quel glam rock effeminato, sessista, superficiale. Non dico che il metal sia stato intellettualmente sottovalutato, ma mi sento in dovere d’insistere sul fatto che sia stato ignorato senza un motivo valido.
    Nel 1998, mi trovavo in un negozio della catena di librerie Borders per dare un’occhiata al reparto di musica. Le catene di librerie mi lasciano sempre a bocca aperta, perché ti danno l’im- pressione che esistano libri su qualsiasi argomento. Penso che sia proprio questa la ragione per cui sono diventate il posto preferito dai single per rimorchiare: è possibile usare una frase per abborda- re adatta a ogni situazione. Devi solo avvicinarti alla persona che hai notato, dare un’occhiata alla sezione in cui si trova e dire (non senza una certa dose di commovente stupore): “Non è pazzesco quanti libri siano stati scritti su...?”. Basta riempire lo spazio vuoto con l’argomento a cui la persona sembra interessata, e puoi star certo che apparirai brillante e sensibile. Ci sarà sicuramente un numero spropositato di libri sui cavalli da tiro (o sul serial killer David Berkowitz, sulla riscoperta dell’organo a canne, sulle teorie dei comportamenti sessuali dello Yeti eccetera), e insieme vi farete due risate sul concetto di martellamento letterario.
    La parte migliore di questo piano è che sembrerai assolutamente spontaneo: le librerie sono sempre state adatte a bugiardi e pre- datori sessuali.
    A ogni modo, rimasi davvero male quando mi resi conto che questo fenomeno non è applicabile all’heavy metal. Esiste un’enormità di libri su qualsiasi altra subcultura pop – il grunge, la disco, la techno, il rap, il punk, l’alt-country – ma in teoria praticamente nulla sull’hard rock degli anni Ottanta. Si trovano solo alcune enciclopedie del rock, due o tre saggi “seri” sul metal, e forse qualcosa di Chuck Eddy.*
    Di primo acchito, non ci si dovrebbe stupire: nessuno che sap- pia leggere e scrivere si interesserebbe di metal, non è così? Ma poi mi è venuta in mente un’altra cosa: a me piace il metal, e posso definirmi perlomeno un semialfabeta. In realtà, molte delle persone più intelligenti che conoscevo all’università sono cresciute con il metal, proprio come me. E di certo non siamo stati gli unici.
    Facciamo un esempio: immaginate di entrare in un normale negozio americano di dischi, un tipico giorno d’estate del 1987 (e per essere più precisi, stabiliamo che fosse il 20 giugno). Qua- li erano i dischi più venduti? Joshua Tree degli U2 era al primo posto delle classifiche – ma i Whitesnake erano al secondo e Girls Girls Girls dei Mötley Crüe al terzo. L’orrore commerciale dei Bon Jovi, Slippery When Wet, occupava ancora la quarta po- sizione (di fatto, ben tre dischi dei Bon Jovi si trovavano nelle prime 200 posizioni). I Poison erano al numero cinque, mentre l’album live Tribute di Ozzy Osbourne dedicato a Randy Rhoads era alla sesta posizione. Night Songs dei Cinderella era già uscito da un anno, ma rimaneva saldo alla ventisettesima. Ace Frehley mostrava la sua faccia rovinata dall’incidente d’auto alla posizione numero 43. Mechanical Resonance dei Tesla superava Dead Letter Office dei R.E.M. di ben undici posizioni (e forse, cosa ancora più significativa, la raccolta Dead Letter Office conteneva una cover di “Toys in the Attic” degli Aerosmith). Anche To Hell with the Devil degli Stryper era al numero 74.
    Quindi quella settimana, nella classifica dei migliori 200 al- bum stilata dalla rivista Billboard, comparivano tra le venti e le venticinque band metal (a seconda di cosa si intenda per “heavy metal”), ma in realtà credo sarebbero potute anche essere di più. Ricordate? Questo accadeva prima della creazione di SoundScan,* e la musica metal doveva affrontare lo stesso problema che tor- mentava i rapper e gli artisti country: venivano spesso ignorati dagli stessi proprietari dei negozi di dischi tenuti a rendere note le vendite, che di solito seguivano il loro gusto personale. La cosa fu chiara nell’estate del 1991, quando introdussero SoundScan e Slave to the Grind degli Skid Row balzò subito al primo posto. Il loro primo album, omonimo, vendette tre volte più di quello che lo seguiva in classifica. Billboard, che non aveva mai piazzato gli Skid Row più in alto del settimo posto, fu obbligato a farli risalire in classifica solo di una posizione alla settimana. Invece l’album sparì dagli scaffali molto più in fretta di quanto pensasse Billboard (e anche molto più di frequente).
    Negli anni Ottanta, l’heavy metal era pop (e con pop intendo dire popular). Crescendo, diventò la colonna sonora della mia vita e di quella di quasi tutte le persone a cui tenevo. Non avevamo bisogno di vestirci con i pantaloni di pelle né di andare a scuola truccati, ma quella roba ci toccava l’anima. Senza discutere sul suo merito artistico, nel 1987 Appetite for Destruction dei Guns N’ Roses sconvolse i miei compagni di classe allo stesso modo in cui gli adolescenti del 1967 furono colpiti da Paul McCartney e John Lennon. Il successo commerciale non giustifica l’importan- za musicale di un brano, ma legittima il suo valore culturale. E quella “robaccia” era dappertutto.
    Uscii dalla libreria Borders convinto che ci fosse assolutamente bisogno di qualcuno che scrivesse un libro sull’impatto culturale dell’heavy metal dal punto di vista dei fan (il volume di Deena Weinstein, intitolato Heavy Metal: A Cultural Sociology, è indubbiamente un bel libro, ma la scrittrice non mi ha mai fatto pensare a una delle ragazze che frequentavo). Mentre tornavo a casa, la stazione radio dedicata al rock classico stava trasmettendo “Cowboy Song” dei Thin Lizzy.
    Mi colpì quanto questa canzone assomigliasse a “Wanted Dead or Alive”, la migliore in assoluto dei Bon Jovi. Ovviamente, a causa della mia giovane età, per me questo procedimento funzio- na al contrario; quelli della generazione prima di sicuro avranno pensato a Phil Lynott quando hanno sentito per la prima volta Jon Bon Jovi raccontare di stare in sella al suo cavallo d’acciaio. A ogni modo, non credo che l’ordine cronologico sia importante quando parli di qualcosa che ti ha colpito profondamente. Mi piacerebbe pensare che i miei ricordi servano a qualcosa.
    Se uno scrivesse un saggio dichiarando che la propria vita di adolescente a metà degli anni Settanta è stata plasmata dai Thin Lizzy, ogni critico di musica rock in America si troverebbe d’ac- cordo. Una discussione seria sul significato metaforico di Jailbreak sarebbe del tutto normale, eppure mi viene da pensare che la cosa potrebbe valere anche per Slippery When Wet.
    Ogni volta che esperti sociologi provano a spiegare la morte del glam metal, di solito insistono sul fatto che “non fosse reale” o che “parlasse del nulla”. Invece, per me e per tutti i miei amici era assolutamente reale. E soprattutto, parlava davvero di qualcosa.
    Parlava di noi.

    
    
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