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  • Anteprima del libro in uscita a giugno.
    Traduzione di Stefano Viviani
    Titolo originale
    Red Jungle
    Copyright © 2011 by Kent Harrington
    Copyright © 2012 Meridiano Zero di Odoya srl
    isbn 978-88-8237-246-0
    Gruppo editoriale Odoya srl
    Via Benedetto Marcello, 7 - 40141 Bologna www.meridianozero.it
    e-mail: info@meridianozero.it

    Musica: Calm: Tymphony
    http://www.jamendo.com/it/artist/350154/tymphony

    Prologo

    Tutto iniziò con un cielo immenso e completamente vuoto, eccetto che per alcune lunghe nuvole rosa dall’aria feroce e pa- gana, come possono esserlo solo in America Centrale. Iniziò con un fado al jukebox, una musica melanconica che quel pomerig- gio si mescolava alle voci di un bar nella giungla, poco più di una baracca. – Solo i morti possono essere soddisfatti – disse il barista.
    Sul lato opposto della strada, un gruppetto di indios lavo- ravano sotto il kapok, sovrastati dalla sua imponente chioma, per piantare una croce nel punto in cui erano morti i loro pa- renti. Un giovane sacerdote era venuto con loro per impartire la benedizione.
    Russell osservava un indiano muscoloso a torso nudo che assestava dei colpi di piatto con la pala alla sommità della croce dipinta di bianco. La colpiva con forza, e il rumore metallico riecheggiava come una campana a morto. Dang, dang, dang.
    La settimana prima, il bus di terza classe diretto al mercato si era schiantato proprio contro quel kapok, in un magnifico giorno di sole, uccidendo cinque persone sul colpo. Il bus si era aperto come una lattina di soda e i poveracci diretti al mercato erano morti stringendo a sé polli e verdure. Anche i polli erano morti, chiusi nelle loro gabbie.
    Il barista gli raccontò l’incidente. Era successo più o meno a quell’ora e lui, come tutti quelli che si trovavano nel locale, era corso fuori per dare una mano. Avevano salvato diverse persone, e le ragazze del bar avevano tenuto i morti tra le braccia.
    Il kapok, disse il barista, era duro come il cuore di un soldato. Lui era stato militare, durante la guerra, e sapeva quel che dice- va. – Vedi certe cose... che non dimentichi più – disse. – Cose che ti cambiano per sempre.
    L’indiano si allontanò di un passo dalla croce e fece cenno al prete di farsi avanti e procedere con la cerimonia. Gli indios si levarono i logori cappelli di paglia e si inginocchiarono sull’er- ba, sotto l’albero. Il giovane prete con la tonaca nera si piazzò davanti alla croce e allargò le braccia, cominciando a pregare.
    Attraverso le fronde del kapok, Russell notò le nuvole rac- cogliersi sopra gli uomini e la rozza croce bianca che indicava il luogo dell’incidente. Le nuvole non si curavano dei morti: presto avrebbe cominciato a piovere a dirotto. Era caduta molta pioggia quell’inverno, troppa sulla costa del Pacifico, ma niente nel Petén. Persino il clima pareva cospirare contro il prezzo del caffè.
    Quel pomeriggio Russell Cruz-Price aveva in programma di acquistare una piantagione di caffè da un francese in bancarotta. Sapeva che era una follia, ma non gli interessava. Era arrivato a quel punto della vita in cui smetti di preoccuparti del mondo e cerchi solo di soddisfare te stesso, niente di più. Ormai credeva solo a se stesso.
    Stava giocherellando con una cartuccia doppio zero, facendola rotolare avanti e indietro sul bancone di fronte a sé. Il barista prese il boccale di birra vuoto. L’aria troppo calda puzzava di sigarette, di giungla in decomposizione e del profumo pungente delle ragazze.
    Dopo avere piantato la croce e recitato le preghiere, gli uo- mini attraversarono la strada e s’infilarono nel locale dal tetto di paglia per una birra fredda. Arrivò persino il prete, cosa che non si vedeva spesso: di gente a La Ultima ne entrava parecchia, ma di preti ben pochi. Le improvvise esplosioni di violenza non erano rare; uomini di tutte le classi sociali si ubriacavano insieme lì dentro, poi si sparavano per futili ragioni: di solito per le attenzioni di una ragazza. Sul pavimento di cemento lucido vicino al jukebox c’erano sempre delle coppie che balla- vano, giorno e notte: La Ultima non chiudeva mai le sue porte. Era come una chiesa, gli aveva detto una volta qualcuno, una chiesa per i peccatori. – Guarda i morti: non si preoccupano più di niente. Non si preoccupano del sesso. Non si preoccupano dell’amore. Nemmeno del cibo. Di niente – disse il barista, preparandosi a rifornire di birra gli indios.
    Russell aveva deciso di aspettare lì l’americano che l’avrebbe accompagnato alla piantagione, per la semplice ragione che adorava quel posto: quasi attaccato alla Pan American Highway, offriva un panorama spettacolare della giungla e del fiume. Gli piaceva come la giungla cominciava a svilupparsi fino dall’ar- gine del fiume.
    Forse uno psicologo avrebbe potuto suggerirgli che era at- tratto da posti come La Ultima perché covava un inconscio desiderio di morte. Lui era inconsapevole di quel particolare impulso, come di buona parte della sua psiche. Di altri desideri invece era più che cosciente. Alcuni erano seduti nel retro del bar, indossavano gonne corte e potevano, nelle giuste occasioni, farti stare meglio. Ma non sempre. Gli altri erano meno ovvi: tendeva a infilarsi nelle situazioni più pericolose. Adesso, per esempio, aveva deciso che doveva fare un mucchio di soldi alla svelta. Non era in grado di spiegare la sua ricerca continua del brivido, anche se ne era consapevole. Era un po’ come cercare di dimostrare a se stesso di non essere un codardo: qualunque rischio non era mai sufficiente.
    In realtà era convinto di essere perfettamente normale, anche se avrebbe potuto ammettere senza difficoltà che quel correre sempre sul filo del rasoio era uno strano modo di vivere. Tutti quelli che conosceva cercavano la sicurezza, nel lavoro e nella famiglia, e lui aveva sempre invidiato i loro figli, le loro mogli, il fatto di sapere su chi potevano fare affidamento.
    Ma qualcosa gli aveva reso difficili le cose più semplici, e facili quelle più complicate. Era sempre pronto a buttarsi nella mischia ed evitava chiunque mostrasse di preoccuparsi per lui. Non era giusto e lo sapeva, ma le cose stavano così.
    Gli indios si erano seduti al bancone e il posto sembrò riani- marsi: volevano dimenticare quelle morti. Russell offrì da bere a tutti. Loro lo ringraziarono, dicendo che era “muy cristiano”, e lui rispose che gli dispiaceva per il loro lutto.
    Russell era alto e asciutto, con i folti capelli castani della madre guatemalteca e gli occhi verdi e l’aspetto attraente e dinoccolato del padre americano. Il suo sorriso pronto e aperto gli permetteva di familiarizzare con chiunque. In quel periodo lavorava come giornalista finanziario per il Financial Times, e ne era soddisfatto. Avrebbe potuto continuare a farlo, ma aveva altre intenzioni. Ora aveva deciso di fare soldi, e per ottenere quello scopo doveva acquistare la piantagione di caffè dal fran- cese.
    Il pomeriggio iniziò a sfilacciarsi in lunghi momenti di mo- notonia, nel caldo soffocante di un cielo che si stava coprendo. L’immensità della giungla sembrava inestricabile come l’esi- stenza stessa. Sul fiume galleggiavano alcuni oggetti indefini- bili. – Vuole qualcosa da mangiare? – chiese il barista. – No, grazie – rispose Russell. – Vuole divertirsi con una ragazza? – No. Non sono dell’umore giusto. – Lei è giovane. Dovrebbe farlo – insistette il barista. – Si divertirebbe. – Magari dopo – gli disse Russell.
    Gli indios continuavano a bere. Il giovane prete aveva bevuto solo un bicchiere di cortesia e poi era tornato in chiesa. Russell si sedette a un tavolo per aspettare l’americano, osservando pas- sare la processione di poveri lavoratori delle piantagioni diretti in città, uomini e donne con gli stivali di gomma neri, alcuni con il machete.
    Come reporter Russell sapeva bene che il vecchio mondo feudale nel quale era nata sua madre era finito insieme all’econo- mia del caffè, e che d’altro canto l’entusiasmante nuovo mondo promesso dai giovani in doppio petto della Banca Mondiale non era ancora pronto a entrare in scena. Era un’epoca strana, nessuno sapeva cosa sarebbe successo dopo. Le ignobili tradi- zioni feudali – che lui aborriva – se non altro erano basate su un perverso contratto sociale che garantiva vitto e alloggio ai più sventurati del paese. Alla classe sociale di sua madre aveva assicurato anche ricchezza e piacere.
    Ma adesso persino quell’ordine sfacciatamente iniquo stava per essere messo da parte da forze di mercato che non garan- tivano niente a nessuno. Le piantagioni stavano andando in rovina, e ai poveri sembrava non essere rimasto niente a cui aggrapparsi. Centocinquant’anni di storia stavano per essere spazzati via come in un soffio di vento.
    In un ristorante in città aveva incontrato il vecchio americano che aveva affermato di conoscere Tres Ríos, la piantagione che Russell voleva acquistare, e si era offerto di fargli da guida. Russell aveva calcolato che gli avrebbe fatto risparmiare tem- po e aveva accettato subito dandogli appuntamento lì. Voleva trovare il Giaguaro Rosso, la leggendaria reliquia maya, che era convinto si trovasse nella giungla che costeggiava la pian- tagione, e se ci fosse riuscito ne avrebbe ricavato tanto da poter lasciare il Guatemala per sempre.
    Il barista uscì dal bancone e gli piazzò davanti una birra. – È come il cuore della mia fidanzata – disse. – Di ghiaccio.
    Risero entrambi. Aveva cominciato a piovere, una pioggerellina leggera che in un attimo aveva assunto l’aggressività di un acquazzone tropicale. Le voci nel locale sembrarono aumentare di volume, mentre la pioggia martellava la lamiera ondulata ricoperta di paglia che copriva l’edificio.
    S’infilò la cartuccia di fucile nella tasca dei jeans e si voltò a guardare una coppia che ballava. Improvvisamente, e per la prima volta nella sua vita, sentì di muoversi senza una direzione precisa, ma accantonò subito il pensiero, quasi spaventato.
    La sua famiglia materna era stata proprietaria di una delle piantagioni di caffè più grandi del paese. Sua madre, Isabel- la Cruz, era stata stuprata, uccisa e gettata in un fossato dai guerriglieri comunisti mentre lui era a lezione di matematica, a mille chilometri di distanza. A scuola aveva ricevuto una lunga lettera dallo zio, che lo informava della sua versione dell’accaduto. Una bella lettera, anche se aveva sentito che mancava qualcosa.
    Quando era morta lui aveva solo sedici anni. Erano stati molto legati, in una maniera particolare, con una capacità di comprensione e un’empatia reciproche che andavano al di là del normale rapporto madre-figlio, anche se non era mai stato capace di descriverlo. All’inasprirsi della guerra, lo avevano mandato all’estero. Il rapporto con la madre era stato in buona parte epistolare, sebbene fosse sempre tornato a trovarla a ogni vacanza.
    Dato che nelle scuole militari che aveva frequentato era stato addestrato a non mostrare “debolezza”, quando aveva ricevuto la notizia della morte non si era permesso di piangere. A volte, tuttavia, quando lanciava un’occhiata al suo scrittoio, provava di nuovo quella sensazione pungente. Ma aveva sempre dete- stato vedere piangere altri ragazzi: avrebbe voluto prenderli a schiaffi, per quella violazione di tutto ciò che avevano imparato sull’essere soldato.
    Aveva otto anni quando gli avevano detto che la guerra avreb- be fatto di lui un uomo. Ci aveva creduto, come capita a tutti i ragazzini. La scuola era stata brutale, e aveva imparato molto presto a confrontarsi con la crudeltà e la violenza fisica. (Ogni adulto dell’istituto, a eccezione dei cuochi, aveva il diritto di infliggere punizioni corporali agli studenti, e non rinunciava a servirsene.) Era diventato un esperto tanto della guerra psi- cologica quanto del bizzarro, capriccioso e spesso meramente sadico comportamento degli adulti.
    Molti dei suoi compagni di studi sarebbero morti cercando di provare che erano dei duri. Uno dei più resistenti era morto nel- la Delta Force in Somalia: ne aveva visto il nome sul giornale. Avevano fatto parte tutti e due della squadra di Cross Country. Ricordava ancora il viso del ragazzo che lo aveva raggiunto su una collina in una giornata di pioggia, e come avevano prose- guito insieme in silenzio, condividendo la sofferenza di una lunga corsa.
    La scuola venne chiusa quando l’idea di trasformare dei ra- gazzini in “soldati” era infine passata di moda. Per quel che lo riguardava, era stata una buona educazione, e lo aveva preparato a un mondo che non era mai giusto.
    Guardò lo scassato pulmino Volkswagen verde lime fermar- si di fronte al bar, proprio accanto alla croce. La portiera sul lato dell’autista era sfondata. Il vecchio americano ne uscì e attraversò la strada, incuneandosi in mezzo al traffico sotto l’ac- quazzone.
    Deve avere settant’anni se non di più, rifletté Russell, osservan- dolo correre verso la porta. Comunque era arzillo. Il vecchio entrò nel bar e, scorgendo Russell, lo avvicinò con quella de- cadente cordialità che da quelle parti era molto diffusa nei confronti di un americano che poteva essere più ricco di te. Le spalle della sua consunta camicia da cowboy erano bagnate di pioggia. – Una birra qualsiasi... basta che sia fresca – esordì. – Ah, Tres Ríos. È impossibile trovarla, a meno di non esserci già stati. Non ci sono cartelli. Nessun punto di riferimento. Però si dovrebbe riuscire a tirar fuori un caffè di buona qualità da un posto del genere. Hai detto che sei intenzionato a com- prarla? – Sì – confermò Russell. – Be’, ci vuole coraggio, in un momento come questo, in cui il caffè non vale niente. – Il vecchio americano studiò Russell con occhi acuti e antichi. – Cerca di non pagarla troppo, solo questo – disse il vecchio dopo una stretta di mano. – Puoi chiamarmi Coffee Pete.
    Russell fece un cenno al barista e gli ordinò la birra. – Cono- sco bene la strada, non ti preoccupare. Posso farti risparmiare un sacco di tempo, ho passato anni vicino all’allevamento di polli di Tres Ríos – lo rassicurò il vecchio. I suoi occhi azzurri saettavano per la sala, planando su una ragazza sola, in canot- tiera rossa e corti pantaloncini bianchi.
    Russell non gli fece nessuna domanda sui suoi rapporti con il proprietario della piantagione. Non gli importava saperlo. – Dovresti darmi retta, figliolo – disse Coffee Pete. – Vattene da questo dannato paese finché sei giovane. Diavolo! Ci sono posti migliori di questo mortorio. Perché non te ne vai a New York? – Ci sono stato – disse Russell. – Scherzi? Lì le ragazze hanno tutte un buon lavoro e delle gran tette... Almeno, una volta era così.
    Coffee Pete riusciva a parlare e contemporaneamente a sorri- dere e ammiccare alla ragazza seduta a metà della sala. – Non fare come me. Io non posso più andarmene. – Il vecchio era alto, indossava dei pantaloni cachi sporchi e aveva al fianco una cali- bro 45 a canna corta in una fondina a estrazione rapida dall’aria costosa. L’arma era l’unica cosa pulita che avesse addosso.
    Raccontò di essere venuto in Guatemala su incarico della cia, per addestrare i cubani in vista dell’invasione della Baia dei por- ci, e poi aveva deciso di fermarsi. Si vedeva che un tempo doveva essere stato grosso, forte e sicuro di sé. Adesso era diffidente, non così sicuro di sé, ma poteva essere ancora pericoloso. Forse era vera persino la faccenda della Baia dei porci. Ma se ne sentivano tante, di balle, in quei bar. – È meglio se mi paghi adesso. Tre- cento quetzal, se non ti spiace – disse, posando il suo boccale di birra vuoto. – Se avessi tempo, prenderei quella ragazza laggiù e andrei a rilassarmi un po’ sul retro. – Sorrise, e nelle rughe della sua faccia si scorse l’astuzia di una vecchia fiera.
    Russell contò il denaro e ci aggiunse cinquanta quetzal, solo perché il vecchio gli sembrava alla canna del gas e provava pena per lui. – Non credevo esistessero ancora persone come te – disse quello, ringraziandolo. – Di regola, le persone così non durano molto, qui. Solo i bastardi possono resistere, ragazzo, perché a loro non gliene frega niente del paradiso. – Si ficcò il denaro nel taschino della camicia, dietro a un paio di malconci occhiali da vista tenuti insieme con del nastro adesivo. Russell pagò il conto e si alzarono. Il vecchio si diresse verso il bagno, dicendogli di aspettare che girasse il pulmino verso sud, e poi di seguirlo.
    Russell salì in macchina e caricò il fucile con sei cartucce a pallettoni doppio zero. Attaccò la cintura di velcro al calcio del fucile, gettò una manciata di cartucce sul sedile per averle a por- tata di mano, appoggiò l’arma al suo fianco e tornò a guardare la strada. Non voleva morire indifeso, com’era successo a sua madre. La guerra era finita, ma non la violenza.
    Osservò il vecchio americano uscire da La Ultima, correre verso il pulmino e metterlo in moto, eruttando uno sbuffo di fumo nero. Il vecchio gli lanciò un sorriso, poi s’immise con prudenza nel traffico e partì. Russell rimase ad aspettare che facesse inversione e si dirigesse a sud, ma il vecchio proseguì a nord, in direzione del Messico, prendendo velocità.
    Russell lo vide superare un camion e sparire. Pensò di dargli 13
    la caccia, ma decise di lasciar perdere. Sarebbe stato un inutile inseguimento nel labirinto della città, con un migliaio di vie secondarie dove imbucarsi e nascondersi, e indubbiamente il vecchio, come ogni ratto, conosceva tutti i buchi giusti. Così partì con il nome della piantagione in mente e una descrizione sommaria di come trovarla. Mentre si avviava verso sud provò di nuovo quella sensazione di non avere nessuna direzione, ma la dimenticò in fretta.
    Il giorno del compleanno di sua madre, poco dopo la sua morte, le aveva scritto una lettera, raccontandole tutto quello che non aveva mai avuto la possibilità di dirle. Le aveva parlato dei suoi piani per il futuro, spiegandole che gli anni di scuola militare gli erano serviti, e che sperava di diventare un buon medico o un soldato: qualcosa di “decente”. Aveva avuto un momento di panico quando aveva letto la lettera dello zio, in cui gli era sembrato di non avere nessun futuro, ma ora era passato.
    Era andato nella stanza dell’ufficiale di servizio e gli aveva consegnato la lettera per sua madre – una lettera che lei non avrebbe più potuto ricevere. Il capitano – un ragazzo poco più grande di lui, in abiti civili per il finesettimana – era al telefono con la fidanzata e aveva preso la lettera gettandola su una pila insieme a molte altre. Lui aveva continuato con la sua vita, e adesso era ritornato nel paese di sua madre, mezzo pazzo e nemmeno consapevole di esserlo.
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