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  • Pula, se la cerchi su Google, è il “Centro del Sud Sardegna".

    Negli anni Ottanta, invece, era soltanto il paese vicino a cui passavo le mie vacanze da bambina. Avevamo una casa in un villaggio poco distante e i miei vicini erano, come i miei genitori, dipendenti statali o piccolissimi commercianti, tutti cagliaritani. Se arrivava qualcuno con un accento diverso era il nipote esotico di qualche anziano residente, e diventava subito il più figo della comitiva.
    La pratica di affittare le case non era ancora diffusa, e il turismo nella Sardegna del Sud era roba da pionieri.
    Pula era là, a un chilometro, ma ci andavi solo per fare la spesa, per il cinema all'aperto del martedì notte o per comprare la frutta di stagione che vendevano fuori dalle case, nelle cassette appoggiate per terra. Accanto alle cassette c'era sempre qualche vecchia col vestito sollevato sulle vene varicose, seduta sulla sedia impagliata sistemata appena fuori il cancello. “Sono buoni, i fichi” assicuravano “Funti druci druci”. E per convincerti te ne facevano assaggiare uno.
    I muri dei cortili erano grigi, del grigio dei blocchetti non intonacati, e le strade erano il territorio di gatti, galline e bambini in bicicletta.

    Qualche anno dopo a Pula ci potevi andare anche per le pizzerie e per Il Pirata, dove ti davano le focacce sul tagliere, ma è dalla metà degli anni Novanta che ha iniziato davvero a cambiare qualcosa. Sulla statale aprivano le prime discoteche, i bar del paese smettevano di servire soltanto birra, l'amministrazione si convinceva a sistemare la piazza centrale e prevedeva un palco permanente per gli spettacoli.
    Mentre in quegli anni alcuni vicini iniziavano ad affittare le loro case a prezzi contenuti, e sulle spiagge cominciava ad aumentare il numero di ragazzi toscani e milanesi (senza che l'inflazione ne facesse ancora diminuire sensibilmente l'indice di popolarità), a diciassette anni iniziai ad organizzarmi le prime vacanze autonome, lontano da là.

    A Pula ci sono tornata nei Duemila inoltrati, per scoprire che nel frattempo era diventata il Centro del Sud Sardegna. Il cinema all'aperto era chiuso, la frutta la compravi nei supermercati a prezzi da località turistica, Il Pirata non c'era più ma c'erano il pub, la bisteccheria, decine di ristoranti e pizzerie, tutte le maggiori catene di abbigliamento, le boutique di qualunque cosa (salumi, bigiotteria, abiti) che restavano aperte sino a tardi.
    I muri erano stati ridipinti di giallo, arancione o rosa coi profili bianchi, proprio come quelli di Villasimius, che se guardi Google è il “Centro del Mediterraneo".
    Erano sparite pure le signore coi vestiti a fiori, misteriosamente sostituite da avventori abbronzati, e con loro le galline, e i gatti (i bambini no), vittime di un lavoro di ripulitura e reinvenzione scientifico e certosino.

    Alla furia distruttrice del progresso e del turismo di massa ha resistito soltanto una targa arrugginita che campeggia ancora a pochi metri dalla piazza centrale.
    A lei l'onere e l'onore di ricordare, insieme ai prodotti che non esistono più, anche un paese di cui è rimasto soltanto il nome.
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