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  •  Pranzo di Natale

     Berto Pinna con l'armonica.
     Il professore, a condizione di poter recitare la sua poesia.
     Stiv Casamalatti, solo se Berto è influenzato.
     Giulio.
     Giec Rossi Lampa (più due).
     Boroslavo, dovrebbe esser uscito di galera.
     Sali Taci?

     Da dove partire se non dalla vecchia fornace?
     Un muratore con tanto di pettorina arancione sembra divertirsi alle parole di due anziani. Farfugliano consigli sdentati e ricevono in cambio i rudimenti di base sulla manutenzione dei passi carrai. Osservo in piedi da lontano, ma non troppo, quel poco da riuscire a distinguere le loro voci. Attendo paziente un segnale, un piccolo movimento, una sola maledetta parola. Nulla. La cosa migliore da fare sarebbe sedersi al loro fianco, le braccia incrociate sul petto con una mano a stuzzicarsi il naso. Ma quando vede avvicinarmi, il muratore interrompe il suo lavoro e crea un silenzio imbarazzante. Il vecchio alla mia destra si volta e assume così una posizione innaturale, con il busto fermo e la testa in movimento a incrociarmi lo sguardo. Mi viene in mente una tartaruga, una grassa e brutta tartaruga sul punto di sbriciolarsi come un tozzo di pane. Accelero il passo e proseguo senza voltarmi. Sali Taci deve essere passato di lì.

     Un paese blindato con soldati e posti blocco lungo le strade: qualcuno se la immagina in questo modo, ma la Palestina è diversa. Israele sembra Riccione. O meglio, Tel Aviv sembra Riccione.
     Al mio atterraggio, il mio contatto era già in aeroporto. Vive in kibbutz a un'ora da là e Tel Aviv non gli piace. Chissà Riccione. In auto mi dice che quel kibbutz lo ha fondato lui con altre centottanta persone più di cinquant'anni prima, tutti di Tel Aviv, o quasi. Erano comunisti o socialisti, ma c'era anche qualche anarchico. Dice erano perché alcuni si sono venduti e non ragionano più e votano Netanyahu. Lui è ancora comunista ma non di quelli che hanno mandato gli ebrei nei gulag. Mi sembra una buona precisazione. Poi dice pure che è contento di vivere nel kibbutz anche se è molto cambiato negli anni, il kibbutz. Oggi gli stipendi sono individuali, chi vuole la macchina se la compra, e al fianco delle officine sono spuntate saune e swimming pool. Però è contento perché i suoi quattro figli sono tornati, nel kibbutz. Due assicuratori, uno stilista e la femmina è maestra d’asilo. Lui è sempre stato un carpentiere. L'italiano? Lo ha imparato in Italia dove ha parecchi amici ebrei, gli unici che lo hanno aiutato quando il kibbutz era solo deserto. Perché lì una volta era tutto deserto, non c’era nessuno, e loro non hanno mai cacciato nessuno.
     Non ci credo ma voglio fidarmi. Quando arriviamo, mi mostra il cancello nuovo, costruito solo due mesi prima, tutto in ferro battuto, tutto battuto a mano. Proprio un bel cancello. Puoi giurarci, dice lui. Giurare su un cancello, che cosa frivola.

     Due camicie, un maglione, una tuta, sei calzini più sei mutande, passaporto, un dizionario italiano-ebraico, sapone, un quaderno, spazzolino, una penna, un pantaloncino comprato a Miami, una cintura, una sacca in cuoio da allacciare alla cintura, una penna, del nastro adesivo, un'altra penna, il binocolo di mio nonno, un mazzo di chiavi, un asciugamano e due ciabatte. Chiudo la valigia e chiamo un taxi.

     A Donostia chiedo indicazioni per il municipio nel mio stentato spagnolo. Non è vero che i baschi parlano basco. I baschi parlano spagnolo e qualcuno di loro conosce anche il basco. Chi di sicuro non parla basco sono io.
     La mostra è al secondo piano, come indica il cartello. Salgo. Ai muri sono appese alcune gigantografie del "generalìsimo". In verità cercavo delle sculture.
     Attraverso la prima sala ed entro in quella a fianco. Eccola. Le giro attorno, mi chino e sul piedistallo vedo incise data e firma dell'artista.
     All'uscita prendo il grande libro dei visitatori e inizio a sfogliarlo a ritroso, riga per riga. Trovata: ventisette agosto. Tre mesi fa. Alzo lo sguardo e vedo avvicinarsi un uomo. Blatera qualcosa e prima che io riesca a strappare la pagina, mi prende il libro di mano e mi indica quella giusta dove firmare, l'ultima. Lo accontento e me ne vado senza salutare.

     Oggi ho dormito tutto il giorno, ero stanco.




     Music by Vladimir: Aeroport: Night
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