Forgot your password?

We just sent you an email, containing instructions for how to reset your password.

Sign in

  • Sto dando lezioni di italiano.
    Un po' per gioco, un po' perché ho tempo, ho iniziato con il mio coinquilino brasiliano (che ha parenti veneti) e poi, piano piano, altri mi hanno chiamato.
    Assieme facciamo il verbo essere, il verbo avere, gli articoli, i colori. Quando racconto loro che il mio nome deriva dal latino e il mio cognome dal greco, rimangono con gli occhi incantati, come capita ai bimbi quando racconti una storia di magia.
    Insegno italiano, ma non solo perché nel DNA di tanti brasiliani si nasconde un popolo mediterraneo. Sì certo, la voglia di tornare alle origini c'è, ognuno di noi ha bisogno di percepire radici, sapere di essere la continuazione di qualcosa, e il potenziale di qualcos'altro.
    Ma penso ci sia di più: l'Italia nel mondo. Il fascino che l'Italia ha negli occhi delle persone che in Italia non vivono è incredibile. Un paese che non è né vecchio né finito, ma che anzi attira le attenzioni dalle diverse culture, che vogliono saper interagire con noi, studiando la nostra lingua, per poter parlare come fai con un amico in un bar di Roma (e non come in un colloquio in una banca d'investimento di Londra).
    Non è snob, o una questione da brasiliani ricchi che vogliono dire di saper leggere Dante. Si tratta di persone normali, come un ricercatore dell'università o uno studente di economia, che a turno mi chiedono quali siano le regole di buona educazione una volta sbarcati, quali siano le frasi da pronunciare entrati in un caffè, e se si possa usare la carta di credito tanto quanto si usa in Brasile.
    Non è pazzesco? Persone interessate alle nostre regole di buona educazione. A me sembra incredibile.
    Molti negozi hanno nomi italiani, come per avere un bollino di qualità nascosto in uno spelling che è spesso sbagliato, ma psicologicamente molto forte: Restaurante IL SORISO, Loja PORTOFFINO.
    Mi sforzo di guardare l'Italia da fuori, ed è un fantastico esercizio perché per la prima volta dopo molto tempo ne vengono fuori i tratti migliori, quelli unici, che fanno sì che quando io per le strade di São Paulo dico di essere italiana, vengo accolta, abbracciata, aiutata come quasi non capita a Milano.

    Ogni domenica sera vado a un cinema all'aperto, su una terrazza a casa di amici. Questo mese il tema è Italia e il primo film 'Il sorpasso'. Con un Gassman che fa piangere – tanto è bello, tanto è italiano, tanto è noi, e con delle musiche che la mia nonna fischietta ogni 24 dicembre mentre fa i ravioli per Natale.
    Quando il film finisce scambio delle parole con Rafaell, un brasiliano che studia cinema all'università. In un copione che ormai conosco, scandisce con orgoglio il nome della minuscola città italiana in cui i nonni dei suoi nonni sono nati. Mi guarda con affetto, immaginandosi lui stesso, un giorno, poter girare per le strade di Roma, Firenze, Venezia. Parliamo del Brasile, di São Paulo, della difficoltà di trovare un lavoro nel cinema e del finale del film troppo tragico. Prima di salutarci però, Rafaell dice una cosa che mi spiazza: mi dice che questo film era italiano, ma proprio tanto italiano. 'Perché voi, in Italia, fate solo cose che sono tanto italiane. Non esiste film, vestito, edificio che sia poco italiano, o mezzo e mezzo. C'è proprio tanta Italia in voi.'
    Io gli sorrido mentre lui si allontana, lasciandomi questa bomba di idea, detta al volo in una domenica sera di questa mia vita a São Paulo.
    Non so se siamo veri o finti, pieni, uniti, o unici. Ma so che questa è un'idea preziosa. Siamo noi, e questo non è scontato, non è da buttare.

    É bello spiare l'Italia da lontano. É un po' come indossare occhiali con altre lenti, che aprono una prospettiva su un mondo che conosci talmente bene che ormai ti accontenti solo di vedere, senza più guardare. São Paulo ti insegna a guardare con occhi nuovi, meno pretenziosi e più riconoscenti. Ti prende per mano, e ti suggerisce una distonia tutta italiana tra la dimensione geografica (così minuscola) e l'incredibile diversità di lingue, stili, cibi, modi di vivere di un paese che è grande quanto una regione brasiliana. Piano piano riprendi a dare valore a quelle cose che ti sembravano scontate, perché ci vivi dentro da sempre.
    In Brasile la differenza è un valore, e la tolleranza è venduta al chilo al supermercato, assieme al mango e al leite condensado. Nelle strade vivi la diversità nella buona e nella cattiva sorte, la vedi nelle case con stile imperiale, minimal finlandese, afro o solo kitsch. Qui c'è di tutto: discendenti di italiani, giapponesi, indiani, africani.
    Impari ad apprezzare queste differenze, perché tra le decine di culture che qui convivono, quella italiana è rispettata, ammirata, addirittura copiata: sono shock di razze che si confondono, ma come mi ha detto un saggio “todos os choques são bons”.

    Sì, vivere l'Italia da lontano è un po' uno shock.
    Ma fa bene vederla da fuori, addirittura non vederla per qualche tempo.
    Sentirne la mancanza, come una fidanzata che hai lasciato anche se non ne eri convinto.
    Perché solamente così puoi realizzare che, senza di lei, te ne mancava davvero un pezzo.




    Lilliana
    12 maggio 2012
    • Share

    Connected stories:

About

Collections let you gather your favorite stories into shareable groups.

To collect stories, please become a Citizen.

    Copy and paste this embed code into your web page:

    px wide
    px tall
    Send this story to a friend:
    Would you like to send another?

      To retell stories, please .

        Sprouting stories lets you respond with a story of your own — like telling stories ’round a campfire.

        To sprout stories, please .

            Better browser, please.

            To view Cowbird, please use the latest version of Chrome, Safari, Firefox, Opera, or Internet Explorer.