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  • Un anno è passato ormai e questa ancora non è la mia casa.
    O meglio, certo, è la mia casa, perchè è quella a cui penso quando immagino di tornare in qualche posto, ed è quella a cui penso per avere conforto, ma... alla fine non è davvero mia.
    Quello che manca è il mio angolo. E per quanto provi a girare e rigirare mobili, quadri, oggetti, alla fine il mio angolo non salta fuori mai.
    Forse per questo ho lasciato la mia vecchia casa senza rimpianti: perchè non avevo davvero un mio angolo nemmeno lì. Quindi sono uscita dal mio vecchio appartamento come si esce da un paio di jeans fuori moda: senza rimpianti (e il divorzio dall'uomo con il quale avevo condiviso l'appartamento ha giocato il suo ruolo).
    E come in un vestito nuovo che ha solo bisogno di essere aggiustato un po', sono corsa in questo.
    La mansarda è quella che più ha stimolato la mia fantasia, con le travi a vista, le perline in legno scuro, le finestrine a bocca di lupo.
    C'è calzato a pennello il divano-futon da utilizzare per i massaggi e i trattamenti shiatsu e pian piano con un paravento in stile giapponese, qualche buddah e qualche inutile ma decorativo accessorio più o meno etnico l'angolo si è trasformato in qualcosa di nuovo, tutto nostro. Cioè tutto mio e del mio compagno. Un angolo dove coccolarsi e fare l'amore, dove lavorare al computer, dove dormire e sognare. Eppure non sufficiente per accogliermi del tutto.
    Poteva diventare il mio angolo e invece si è limitato (anche se ammetto, non è poco) a diventare IL NOSTRO.
    Forse perchè troppo fredda d'inverno e troppo calda in estate alla fine si è dimostrata speciale di notte, d'inverno quando la stufa è accesa e illumina di arancio la penombra o d'estate, quando dal finestrino aperto si affacciano le stelle e l'aria si fa fresca.
    E quindi quando sono sola, la bimba a scuola, il mio compagno altrove, la scena è sempre la stessa: giro e rigiro, metto in ordine, sposto cose, scelgo libri e non mi decido mai a posarmi (un po' come le rondini che hanno perso il nido).
    E alla fine, un po' tristemente mi abbatto sul divano (con un libro, un giornale, l'ipad...o anche solo una coperta e gli occhi chiusi). E pensare che un po' lo odio questo divano: scomodo, poco ergonomico, antiquato come misure e colore, è per me come il divano dei Simpson, ovvero il simbolo dell'abbrutimento che viene dalla tv...
    Ci rilfetto parecchio, come si può vedere, su questa casa e su questo divano. E in realtà anche su questa relazione e sul fatto che per la prima volta dopo un bel po', la ricerca di un angolino diventi accanimento (mai rinuncia) e che non mi sfiori mai l'idea di scivolare fuori dai vecchi vestiti in favore di un nuovo guardaroba. Forse come in tutte le relazioni che hanno un grosso peso nella nostra vita, un tentativo di far entrare un cubo in un buco rotondo (a volte con un paio di sane martellate di esasperazione, ma tant'è....).
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