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  • era una delle prime volte che andavo in tribunale. accompagnavo soltanto il mio ragazzo di allora che faceva pratica legale. ti fanno entrare come fossi un privilegiato anche nelle udienze a porta chiusa. puoi solo ascoltare. anche se provi rabbia. come fosse un film, ma succede davvero.
    tu sembravi un animale feroce appena catturato, ma già arreso alla forza degli altri, più forti.
    il giudice ti ascoltava, ti poneva domande.
    aveva i capelli bianchi e la faccia di uno che ne ha viste tante ma che continua ad osservare con la stessa curiosità vivace negli occhi.
    il giudice chiedeva ai poliziotti come mai nella loro deposizione risultasse che in due-armati-grandi-e-grossi-com'erano c'avessero messo quasi 40 minuti per immobilizzarti.
    il giudice non credeva affatto a loro, io lo capivo.
    ma tu avevi precedenti di vagabondaggio.
    la loro era la parola di due pubblici ufficiali. nessun testimone.
    tu dicevi che ti avevano preso a calci fino a farti sanguinare.
    dicevi che sarebbe bastato che ti dicessero di spostarti e l'avresti fatto.
    dicevi al giudice che avrebbe dovuto provare a vivere un solo giorno per strada, come facevi tu, per rendersi conto che era tutto vero. ti avrebbe creduto.
    ....
    poi il giudice che ti suggeriva di firmare un patteggiamento.
    l'avvocato d'ufficio che era lì solo per fare presenza.
    se tu avessi riconosciuto la loro versione la legge sarebbe stata più clemente con te.
    ma a te non interessava la clemenza.
    tu volevi solo giustizia.
    una giustizia che non esiste.
    e ripetevi soltanto: "io non firmo niente, fate come vi pare"; "come avete sempre fatto"
    era il grido orgoglioso dell'animale catturato che dice:
    << non voglio avere nulla a che fare con voi.
    siete voi che credete di essere quelli "civili" e io solo un barbone che vive per strada.
    ma io non scendo a patti con voi.
    non scendo a patti con chi mente.>>
    ti portarono in carcere.
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