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  • Scorreva da sempre accanto al mare. Sembrava fosse stata da lui partorita. Ed ora ne era il fedele custode. Lunga, diritta e una striscia bianca in mezzo. Nessuna sapeva dove portasse. A cosa servisse. Il mare ne custodiva le tracce di chi un tempo ne aveva assaggiato l’asfalto. Durante le maree, pareva ne volesse lambire i margini così da rincuorare l’oltraggio di un lontano abbandono. Al mattino ne richiamava la frenesia delle partenze e alla sera la quiete degli arrivi. Perché non si smarrissero nell’indifferenza del tempo. Da anni nessuno percorreva le sue direzioni, nessuno sostava ai suoi bordi. Più nessuno la imboccava, nessuno la viaggiava e nessuno la ricordava. Come non ci fosse stata mai. E questo al mare non piaceva. S’intristiva sapere valige di vita disfarsi nel vuoto del passato. Un giorno, per ciò, decise fosse giusto ridestarla dall’oblio. Di ridarle il soffio vitale del viaggio. Si tuffò, allora, nell’oscurità del suo ventre, dove rotte infinite si intrecciano, si perdono e si ritrovano. La gran parte affollate perché le più agevoli. Alcune, invece, sono speciali. Perché pochi le solcano. Portano all’isola che da sempre le aspetta, ma non assicura l’approdo. Il mare, cercò e ancora cercò ora in burrasca ora in bonaccia. Senza tregua, fermando lo scorrere del tempo. Alla fine trovò. Due nomi speciali. Cui affidare il risveglio della strada. Due nomi per un viaggio insperato. Due nomi che nessuno aspettava e nessuno puntava. Due nomi già segnati dallo sfregio di sventure. Per questo il mare li sortì. Perché lui è il mago che di sventure sa fare avventure. Due nomi che di fronte alle maree per la prima volta si accorsero di esistere. Ognuno lontano e disperso. Entrambi sommersi in attesa che il mare indicasse quell’isola su cui approdare. E quella strada, lì accanto, era la via. La rotta da seguire.
    Bastò lo sguardo di una nota e di una parola di quei due perché la strada ridestasse il suo viaggio.
    Entrambi 18 anni, quasi. Nati lo stesso giorno, alla stessa ora in un minuscolo borgo che si adagiava intirizzito tra le colline e il mare. Un guizzo di premonitrice follia del fato. Che sfugge al disegno scontato degli umani, mentre è scritta da sempre nel ventre suo insondabile. E che mai annoia il suo scorrere, così da interrogare l’inerte torpore proprio di quegli umani.
    Quel giorno di primavera di diciassette anni prima, la marea battezzò quei due sconosciuti ancor prima che il tempo partorisse il viaggio per loro previsto. E titubante mareggiava che fossero la coppia peggio assortita si potesse immaginare. Troppo simili per stare vicini, troppo diversi per stare lontani. Gente speciale che si appartiene per sempre perché lontani da sempre. E, proprio per questo, lo stesso destino, Viola e Birò.
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