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  •  Sali Taci è un uomo alto circa un metro e ottanta ma a causa della sua particolare postura non supera i centosettantacinque centimetri. Infatti potreste vederlo camminare affaticato, come se trasportasse un pesante sacco di noci sulla schiena, le spalle chiuse in avanti a proteggere il petto. Zoppica dalla gamba sinistra -all'Allotria c'è chi dice sia stata una granata esplosa in una foresta del Kosovo, più precisamente sotto il culo di un soldato semplice che camminava non troppo lontano da Sali un attimo prima del disastro. È nato in Albania. Ha la pelle scura -suo padre è libico, di questo ne sono certo-, ha pochi denti e fatica perciò a masticare, non ride mai e non pesa più di sessantacinque chili. I grandi occhi grigi sono coperti da spessi occhiali da vista e le guance solo a tratti sono camuffate da ciuffi di barba lasciata incolta. Sulla gola, all'altezza del pomo d'Adamo, la cicatrice di una ferita mal ricucita gli attraversa la laringe.

     Quello che segue è il resoconto degli ultimi anni della sua vita. Ah, quasi dimenticavo. Sali è un poeta. E un cane sciolto.

     Siamo nel lontano 1997. Quell'anno Sali Taci venne minacciato di morte da diversi gruppi armati, probabilmente gli stessi che in quel periodo organizzarono la rivolta in Albania dopo il fallimento del sistema di finanza piramidale. La causa delle minacce fu senza ombra di dubbio una sua poesia, e dopo aver subito quattro attentati in meno di una settimana non ebbe altra scelta se non quella di fuggire dalla sua città di origine. Fu costretto a vivere in clandestinità. La notissima poesia “Il cielo dalle cloache” racconta proprio il mese in cui l'autore visse nelle fogne di Durazzo, prima di partire per la Grecia. Quell'anno l'inverno non fu particolarmente rigido. Ma rischiare l'assideramento nell'attraversare a piedi i Balcani è comunque facile. Sali arrivò in ospedale la vigilia di Natale e venne operato d'urgenza a causa di un'ipotermia. Gli risparmiarono solo due delle dita del piede destro, le più grandi. Appena dimesso venne arrestato e trattato come un semplice immigrato irregolare: lo imprigionarono, lo malmenarono e lo tennero dentro fino all'aprile dell'anno seguente quando il tribunale di Atene ne ordinò l'estradizione in Albania, condannandolo in questo modo a morte certa. Ma un errore dei funzionari militari gli salvò la vita: “un cretino mangia Feta” compilò in maniera sbagliata i documenti e il poeta fu spedito dritto dritto in Macedonia. Nessuno, nemmeno io, ha mai saputo come riuscì a sfuggire alle autorità macedoni. I suoi racconti, arrivati a questo punto della storia, cambiavano rotta e diventavano malinconici. Sempre il ricordo del padre gli lasciava sulle guance le tracce umide delle lacrime.

     Era ormai il 2000 quando raggiunse la Spagna. Un funzionario del ministero degli esteri, colpito dalla sua storia ma soprattutto folgorato dalle sue poesie, gli trovò un lavoro onesto in un'azienda dove si producevano laminati in ghisa. A Barcellona, nelle notte passate insonni, il poeta albanese si dedicò alla stesura di un romanzo il cui argomento era sempre la denuncia diretta agli alti ranghi della direzione albanese della N.A.T.O. complici, così scriveva, di aver alimentato i disordini del 1997 per trarne lucro. Anche se del manoscritto non fece parola con nessuno, nuove minacce di morte lo raggiunsero. Si intensificarono a tal punto che fu costretto a rifugiarsi in una cittadina poco distante dal capoluogo catalano, Castelldefels. Là riuscì a guadagnarsi da vivere facendo il custode notturno di un campeggio di “Hyppie fuori stagione, almeno di una trentina d'anni”. Durante una notte di lavoro una chiamata da Barcellona, probabilmente di un collega del funzionario spagnolo, lo informò con un tono di voce glaciale che ignoti si erano introdotti nel suo appartamento, lo avevano messo sottosopra e avevano distrutto le pagine di ciò che doveva essere un manoscritto. La reazione di Sali non fu delle migliori. La notte stessa aggredì un campeggiatore e gli rubò il camper. Guidò per tre giorni fino a rifugiarsi in un angolo dei paesi baschi francesi dove, dopo aver venduto il mezzo attrezzato, trovò lavoro come aiuto contadino. Finita la stagione del raccolto si accorse di quanto la vita di campagna lo tenesse lontano dalla scrittura. Si licenziò e raggiunse l’Italia in autostop. Io lo trovai, più di tre mesi fa, nel bagagliaio di una Uno Rossa, qua fuori, nel parcheggio dell'Allotria. Gli diedi una camera e del cibo. Lui in cambio mi aiutava nei lavori di ristrutturazione della grondaia lato-est che da un po' di tempo perdeva acqua. Nelle ore di pausa lavorava a una “struttura” strana, in ferro. Non ho mai capito cosa fosse ma decisi di lasciare la statua, seppur incompiuta, all'ingresso del locale come un bentornato a chi all'Allotria ci passa tutte le sere. A me sembra un cavallo. O forse un cane. O un rospo.

     Quando mi fu recapitato il messaggio era scomparso già da tre settimane. Era una mattina di fine luglio, stavo preparando il cibo per i cani. Il foglio nella busta recitava: “Ciao Arturo, sono a Riccione in vacanza con Betsie. Qualche giorno fa ho incontrato Sali, vicino alla ex fornace. Aveva l'aria sbattuta. Non mi ha nemmeno salutato. Avete per caso litigato? Comunque qui si sta che è una meraviglia. A presto, Berto.”

     Mi metterò in cammino, lo cercherò. Vorrei tornasse perché c'è una statua da finire, un lavoro da concludere. E perché di notte i cani dormono, o comunque non fumano sigarette e non raccontano storie.




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