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  • Notte, passeggiata a mare di Pichilemu, 1963.
    Non è come adesso, surfisti e night club, Pichilemu nel '63 non sapeva neanche di essere al mondo.
    Notte, cioè non proprio notte, verso le otto di sera, ma sembra notte.
    E' fine luglio, inverno, c'è un ventaccio della malora.
    Questo oceano non la smette mai, e soffia, e sbatte, e briga, e si increspa, spumeggia, si infrange, scoppia, fa sciii in una risacca spaventosa che poi rimbomba di nuovo in un tuono sordo.
    Phichilemu... mah... come ci sono capitata qui? Dovessi dire la verità, non me lo ricordo neanche.
    Ho preso un volo da Genova, sono rimbalzata a Frankfurt in quell'areoporto che non ci si capisce niente, annaspando come al solito nei tapis roulant, che mai imparerò a camminarci sopra.
    Poi c'è stato un disguido nelle prenotazioni, dovevo andare a Caracas, il posto non c'è più, mi propongono un cambio di rotta, parte un aereo di LanChile per Santiago: ci zompo sopra.
    Da non crederci eh? Beh, mica è obbligatorio crederci.
    A Santiago mi perdo a guardare il tabellone delle partenze dei voli locali, ci sono dei nomi bellissimi, affascinanti: tanti li imparerò anni e anni dopo ascoltando Violeta Parra cantare Exiliada del Sur, ma ora non li conosco ancora. E so che li amerò.
    Mi colpisce Rancagua: ci vado.
    Rancagua, come diceva quella canzone?
    "Existes, Patria, sobre los temores
    y arde tu corazón de fuego y fragua,
    hoy entre carceleros y traidores,
    ayer entre los muros de Rancagua."
    La Patria Prisionera, gli Inti Illimani, 1975, Hacia la Libertad: devono passare ancora dodici anni per ascoltarla. E pianti, e morti, e orrori. Ma ora non succede ancora niente, cosa vuoi che succeda qui.
    Rancagua, la regione si chiama Libertador O'Higgins. Che amor di patria questi cileni, quasi quasi li invidio.
    Ma il vento sbatte qui a Pichilemu, e sbatte, e sbatte.
    Ho fame e freddo, cazzo che luglio che c'è qui!
    Ho fame, ma qui su 'sto malecòn d'inverno non ci sono ristoranti aperti?
    C'è una luce là in fondo, una lucetta gialla.
    E' un ristorante? Sì! Una trattoria!
    Non c'è neanche un'insegna, niente. Ma dentro c'è qualcuno, entrerò.
    Una sopa qui si rimedia sempre, aragoste non mancano mai, vino buono, postre e chicha per finire.
    E poi a letto, nella pensione O'Higgins, fronte mare: e il Pacifico, bestia che non è altro, che non ti lascia dormire...

    http://es.wikipedia.org/wiki/Pichilemu

    IL BATTESIMO A PICHILEMU.
    Stanotte è venuto il terremoto, qui hanno continuato a dormire, ci sono abituati.
    Io non mi sono spaventata, se sono arrivata da sola fino qui ci sarà un motivo, la paura non mi serve più.
    Non qui.
    Mi sono svegliata perché mi sono cadute le cose che avevo appoggiato sul comodino e la finestra si è spalancata facendo entrare un violento bolo d'aria che fuori non trovava spazio.
    Mi sono alzata e sono andata alla finestra: quello che ho visto non lo so descrivere.
    Il mare, l'oceano.
    Era come una persona, una persona enorme e cattiva.
    Sembrava uno che non ha tempo da perdere.
    La notte era buia, ma buia buia.
    Però qua e là c'erano squarci di luce, brutti, minacciosi.
    Si era ritirato un po', l'oceano.
    L'onda era stata richiamata indietro. Poi è tornata. Accidenti se è tornata. E se ne è anche andata via di nuovo portandosi via un po' di arnesi dei pescatori, poca roba.
    Forse per la gente di qui non è niente di eccezionale, ma per me è stato uno spettacolo maestoso.
    Mi sono sentita orgogliosa, un onore esserci.
    Allora mi sono vestita e sono scesa giù, poco dopo le tre e mezza del mattino, la stessa ora del terremoto e dello tsunami che devasteranno Pichilemu tra una cinquantina d'anni.
    Ma qui non lo sanno, ce ne vuole ancora di tempo: chissà quanti allora non ci saranno più, quanti ne devono nascere.
    Sono uscita, perché volevo sentire l'odore del terremoto.
    L'ho sentito.
    Un odore pungente, di fumo e di umido.
    E la terra, la terra era come se parlasse, come se ogni zolla chiedesse alla sua vicina se avesse avuto danni, se la scossa le avesse fatto male, e dove.
    Anche gli alberi, anche quelli: fermi, in silenzio, si raccontavano i dolori al tronco, le botte ai rami, quante foglie erano andate perse.
    Animali non ne ho sentiti, qualche uccello, sì, urla sporadiche, come qualcuno che si è trovato lontano, e solo, e si lamenta.
    Io, io me ne stavo lì sulla strada, sola, zitta, attenta, in contemplazione.
    Non riuscivo a staccarmi, a smettere di guardare, di farmi entrare dentro tutto quel movimento di terra e acqua.
    Non serve pensare, tanto meno cercare di capire: solo vita animale, almeno in queste occasioni, pura osmosi, e dentro entra un flusso che il corpo è in grado di decifrare.
    Poi, se vorrà, sarà il corpo a raccontarlo e trasformarlo in pensiero.
    Quando sarà il momento.
    Un po' stordita la ero, era tutto talmente grande, così... superiore.
    Boh, a un certo punto la trance si è alleggerita.
    Mi sono mossa piano, come uscendo da un sogno.
    Sono tornata in camera, giusto in tempo per sentire una replica, leggera leggera.
    Mi ha parlato - ho pensato - il terremoto mi ha parlato.
    Questa natura così intraducibile mi aveva lasciato entrare: ora ero davvero a Pichilemu, c'era un posto per me qui, ero stata battezzata.

    VOI NON CONTATE UN CAZZO
    Ripensavo al terremoto dell'altra notte, all'autorevolezza della terra, al suo assoluto e inappellabile potere.
    L'eccitazione, l'attesa, i cinque sensi in massima allerta, il tempo sospeso, il silenzio delle cose dopo il tuono, il brulicare di vita rimescolata, le forme ridiscusse, i contorni tracciati nuovamente, quello che era in ombra e che ora è esposto alla luce, il secondo piano che diventa il primo e viceversa...
    Rinnovamento, morte, rinascita.
    Ridiscussione dell'ordine precedente e, attraverso il caos, creazione di un nuovo ordine.
    Millenni, decine, centinaia di millenni: non è cambiato niente.
    Possiamo sbattere, strepitare, andare sulla luna, ammazzarci, salvarci, crederci la mamá de Tarzán... ma quando la terra decide che è il momento di darsi una mossa non possiamo altro che sperare di farla franca.
    E diventiamo animali, bestie.
    Se la scossa è forte urliamo, piangiamo, scappiamo, corriamo, ci si bloccano le gambe, cerchiamo di afferrare i nostri figli e le nostre cose, oppure ci ricordiamo solo di noi stessi.
    Perché il panico è così, è una livella.
    Di Pan, mezzo uomo e mezzo animale, ci resta solo la metà animale.
    La terra la notte scorsa si è rinnovata, rimescolata, riassestata.
    Ci ha detto una volta di più, chiaro e forte, a tutti: "Voi non contate un cazzo".
    E la profondità di quella voce neanche la possiamo concepire.
    Questo mi rassicura, sì, mi rassicura.
    Una giustizia, un principio certo, l'ultimo, c'è.
    L'ordine del caos e del caso, la loro logica perfetta: sono le uniche certezze, le uniche veramente al di sopra di noi.
    Per sempre.
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