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  • Gennaio 2009, Tripoli, Libya.

    Prima è comparso uno striscione bianco e verde sul balcone della casa di fronte. Verde-Gheddafi, verde come la bandiera libica, le porte delle case in centro e le decorazioni sui lampioni dell'autostrada.
    "Ci sarà qualche festa nazionale", penso.
    Dopo, però, davanti all'archivio le bandiere sono rosse, e sugli striscioni c'è scritto "forza", in caratteri latini.

    E' Yussef a spiegarci tutto, con le sue due parole di inglese (derby, team), una di italiano (pallone), e qualche minuto di onomatopee e gesti. Oggi si sfidano le due squadre di Tripoli, Al-Ahly (i verdi) e Al-Ittihad (i rossi). Yussef tifa i rossi, e dice che vinceranno loro.

    "Ovvio che vince l'Ittihad" conferma Khaled, nel pomeriggio. Siamo seduti davanti ad un caffè nella Gargaresh, di solito una delle strade più trafficate della città, la via dello struscio motorizzato della gioventù libica. Oggi dalla vetrata non vediamo passare nessuno, e il taxi di Khaled è l'unica auto parcheggiata nello sterrato qua accanto.
    "Vince sempre la squadra in cui gioca Saadi Al Gheddafi", continua lui.

    L'Ittihad vince mentre noi siamo in macchina, diretti verso casa. La strada si riempie di auto e di gente. Ci sono persone sui cofani, sui tettucci, appese ai balconi. Khaled spegne il motore, rassegnato, e il taxi viene inglobato nel mare di magliette e bandiere. Sono perlopiù rosse, ma tra la folla che sciama tra le auto non mancano quelli vestiti di verde.
    "Ma è scesa per strada tutta Tripoli?"
    "La follia per i calcio ce l'avete contagiata voi italiani", dice lui.
    Due ragazzini si sporgono dentro il nostro abitacolo, gridando qualcosa e ridendo.
    "E poi" aggiunge "il derby è l'unica occasione in cui possiamo occupare le strade senza essere arrestati".
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