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  •  Seduto al tavolo con addosso una giacca in finta seta bianca a strisce nere irregolari, di un nero sporco, le frange lungo le maniche cucite a intermittenza e tappezzate di paillettes a specchio, è raro riuscire a tener lontano il ricordo delle sue performance. A guardarlo ballare con il collo lungo, bene in vista, aggrovigliato da ferrovie di nervi che si diramano fino a scomparire in profondità sotto una manciata di capelli grigi, sembrava aver perso il senso del tempo. Dimenava il bacino contro natura, a scatti in avanti e indietro, per seguire un ritmo sconosciuto al pubblico, una melodia solitaria che taceva nel profondo della sua memoria. Non è difficile pensare che Elvis, quello vero, il Re dei re, sia stato tutto nella sua vita. E quando entrava all'Allotria, si faceva bello di fronte a qualche ragazza con il suo inglese farfugliato dall'inconfondibile cadenza argentina, e raccontava del suo viaggio in Tennessì, del giorno in cui lo incoronarono figlio secondogenito del Rock'n'roll.
     Ora sta seduto al tavolo, capelli bianchi e whisky.
     E dire che Elvis, il nostro, da giovane era una persona diversa. A vent'anni girovagava per le strade di Buenos Aires con i capelli impomatati e la giacca di pelle, e trascorreva pomeriggi interi davanti al negozio di dischi in Avenida Corrientes, all'incrocio con San Martin. Ore in piedi a sognare il ruvido del vinile tra le mani. Certo, in quegli anni negli States il Re era ormai solo un grassone messo lì a scaldare i cuori delle nonnine “a stelle e strisce”, ma in Argentina la sua fama di ribelle sfacciato era viva più che mai, e il virus della sua musica infettava ancora vecchi e giovani, donne e uomini.
     Nel giorno in cui Elvis comprò il suo primo trentatré giri, Jailhouse Rock, per le strade di Buenos Aires comparvero gli autoblindo dei generali. Qualcosa cambiò, e in fretta. La giunta militare definì il negozio di dischi un “coacervo della peggiore teppaglia”, e anche se frequentato dai figli della cultura americana, preferì andare sul sicuro e chiuderlo. Il nostro piccolo Elvis, vittima di una grande ingiustizia, decise di far sapere al mondo intero dei torti da lui e dal suo paese subiti. Protestò davanti alla casa Rosada con migliaia di studenti, una protesta pacifica, ma la risposta militare fu delle peggiori. I manifestanti furono assiepati dentro al Monumental, lo stadio del River Plate, furono divisi e caricati a forza all'interno di camion e trasportati fuori città. Quel pomeriggio l'erba dello stadio non profumava di sudore ma di sangue.
     All’interno degli enormi edifici dall'aspetto di colonie estive, vennero prima interrogati, poi torturati e infine costretti a dichiarare ognuno la propria colpevolezza e quella dei compagni. Poi fu solo buio e silenzio. E celle anguste illuminate in parte, senza aria. Mura sorde alle grida dei torturati. Tempo impossibile da scandire.
     Elvis vi trascorse tre settimane, o almeno così ancora oggi racconta. Ventuno giorni nei quali riuscì a non impazzire grazie alla musica custodita nelle profondità della memoria, melodie suonate da un juke-box invisibile. Poi però venne prelevato e trasferito in un carcere vero e proprio. Strano come a volte la detenzione possa diventare qualcosa di positivo: l'incontro con altre persone dopo l'isolamento lo spinse a interagire. E presto l'ora di libertà si rivelò essere il momento ideale durante il quale esibire il frutto del tempo speso in cella. Cantava di fronte a tutti le canzoni del Re, naturalmente. E ne imitava i movimenti. Slanciato e coraggioso. Il nome del “Re portegno” si fece eco di cella in cella fino al punto che persino i secondini lo applaudivano estasiati.
     Ma il carcere non è solo balli e Rock'n'roll.
     All'inizio pochi, poi sempre più: i prigionieri scomparivano silenziosi senza lasciare traccia. Nessuno, dentro, riusciva a immaginarne la fine, nessuno riusciva a darsi risposta. Le notti diventarono un incubo, come se uno spettro si aggirasse fra le sbarre a terrorizzare chiunque. Inutile chiedere spiegazioni alla guardie. Nessuno riusciva a cancellare dall'animo una paura che non aveva né forma né colore. Che fosse così la morte?
     Poi venne il suo momento. Prelevato, bendato e pestato a sangue. Gli venne addirittura illustrato l'epilogo di quella triste storia: ucciso con un proiettile in testa e gettato dall'alto del volo di un elicottero nel vasto dell'oceano. Semplice e poetico. In quel momento Elvis fu in un certo senso confortato nell'avere un'immagine messa a fuoco della fine. Ma poco prima del decollo arrivò una chiamata, telegrafica. La figlia del generale Massera, appassionata del rocker di Memphis, avrebbe compiuto i diciannove anni. Il compenso per l'esibizione dell'Elvis portegno sarebbe stato uno sconto della pena e l'esilio.

     L'aereo decollato a Buenos Aires atterrò all'aeroporto di Fiumicino alle tredici e quaranta, il tredici agosto del settantasette.
     Tre giorni dopo moriva Elvis Presley.



    Music by: Mariano Luque: La Pedro Caceres
    http://www.jamendo.com/it/artist/Mariano_Luque
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