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  • Anteprima del libro in uscita a fine marzo.

    Traduzione di Riccardo Cravero.
    Titolo originale: Nach Hause Schwimmen © 2008 Carl Hanser Verlag
    © 2012 Meridiano Zero
    Gruppo editoriale Odoya srl
    Via Benedetto Marcello, 7 - 40141 Bologna www.meridianozero.it
    e-mail: info@meridianozero.it

    Musica: Menunggu pagi (Miyoshimasato)

    www.jamendo.com/it/artist/miyoshimasato

    1

    Oggi è il giorno che muoio. A quanto pare c’è un mucchio di gente che sta cercando di impedirmelo, ma ormai sono praticamente morto. Vedo la luce di cui ho letto tante volte. E provo una sensazione di tepore. Cerco di allungare le braccia, non so se ci riesco. Dai capelli mi colano rivoli d’acqua. Sto grondando, le scarpe sgocciolano. Mi bruciano gli occhi. Stringo le labbra, o almeno ci provo.
    Ho odiato l’acqua fin da bambino. Restavo un’eternità sul trampolino da un metro, impietrito, con gli occhi chiusi. Il maestro urlava finché mi buttavo. Nuotavo da cani, anche peggio. Ecco, ora mi sto muovendo. Oppure si muove tutto quello che sta intorno. Vorrei tanto lasciare il mio corpo. Non mi piace, il mio corpo. Negli articoli c’è scritto che rimani come sospeso sopra di te. Che ti vedi sdraiato lì sotto: un involucro esanime. E che non ti dispiace di dover andare. A me non dispiace. Se mi lasciano, io vado. Sono pronto.
    Una volta sono sprofondato giù nella vasca. C’era un gran silenzio, là sotto. Niente risate, niente grida di incitamento, niente imprecazioni. Mi ha tirato fuori il maestro. Ha pompato aria dentro i miei polmoni fino a farmi vomitare. Avevo undici anni, ero magro e pallido come nessun altro in classe. Dopo quella volta non mi hanno più obbligato a entrare in acqua. A nuotare non ho più imparato. Da allora ho evitato anche le vasche da bagno, e avevo paura di affogare persino sotto la doccia. Portavo con me una cannuccia di plastica di quelle per le bibite, chiusa in un astuccio: se doveva entrarmi dentro qualcosa di liquido volevo avere il controllo della situazione. Non ho mai attraversato un ponte se non ero costretto. La pioggia forte mi metteva ansia.
    O sono tutte fantasie? Magari mi sta passando in testa il famoso film. Immagini che in una manciata di secondi raccontano una vita, non importa quanto insignificante. Probabile che questa autobiografia il mio cervello la stia inventando, falsando. Che ci metta un po’ di colore, qualche stravaganza in più. In fin dei conti sto morendo.
    Qualcuno mi tocca, mi trattiene. Invece io vorrei andare là dove c’è la luce. Che non è più splendente come prima. All’improvviso ho freddo, tremo. Non voglio tornare nel mondo. Non mi spiaceva andarmene. Vorrei restare sul fondo della vasca e non sentire più nulla. L’acqua mi circonda. Mi protegge. Come allora.
    
    The First Deadly Sin 1980

    Quando lui nacque, sua madre morì. Aveva consumato tutte le forze per portarlo in grembo sei mesi e undici giorni. Spingerlo fuori la uccise. Chiuse gli occhi per sempre quando lui li aprì la prima volta. Come per punirlo di aver ucciso la madre, il medico gli diede uno schiaffo sul sedere. Il bambino strillò e fece il primo respiro mentre la madre esalava l’ultimo. Mentre la portavano all’obitorio, lui fu adagiato nell’incubatrice. Era troppo piccolo, pesava troppo poco. Non aveva forza, eppure non la smetteva di strillare. I medici si chiedevano perplessi come facessero quei polmoni a riempirsi di tanta aria. Le infermiere provarono di tutto per calmarlo, per consolarlo, ma niente funzionava.
    Era solo. Le altre cinque incubatrici erano vuote. Tranne il suo, tutti i parti delle ultime tre settimane avevano avuto un esito normale. Il neonato sentiva che qualcosa non andava, che non avrebbe dovuto essere in quel contenitore di vetro. Per questo strillava. E anche perché il mondo era troppo luminoso, troppo bianco. La luce gli penetrava attraverso le palpebre chiuse, che erano sottili e grinzose. Poi a volte sembrava che in lui cedesse qualcosa, e si calmava. Allora la luce scompariva. I piccoli pugni si allentavano e le dita fremevano in un sonno inquieto.
    Quando veniva alla luce un bambino nel Saint Francis Hospital di Filadelfia, Pennsylvania, l’infermiera Lorraine Sadler aveva il compito di ricamarne il nome su una federa di cotone bianco. Usava il rosa per le femmine e l’azzurro per i maschi, perché era tradizione. Poi i genitori si portavano le federe a casa per ricordo. Era tradizione anche questo.

    Malgrado l’infermiera Lorraine avesse trentanove anni e fosse ancora single, guardava al suo quarantesimo compleanno con serenità. Viveva insieme a un labrador non molto sveglio che si chiamava Bob, ogni paio d’anni aveva una storiella con un infermiere, e non intendeva risposarsi. A diciannove anni si era fatta trascinare all’altare da un cowboy da rodeo che aveva il doppio della sua età e non voleva vivere senza di lei. A vent’anni l’aveva lasciato perché aveva scoperto di non essere l’unica donna di cui lui non poteva fare a meno. Qualche tempo dopo il cowboy fu travolto da un toro, e lei fece un corso di formazione per infermiere.
    Se al Saint Francis arrivava un trovatello, l’infermiera Lorraine aveva il compito di dargli un nome. Lo prendeva da una lista di nomi in ordine alfabetico, che assegnava uno dopo l’altro. Ormai era arrivata alla lettera W, e al minuscolo maschietto nell’incubatrice, che da dodici giorni strillava o crollava addormentato per sfinimento, toccò il nome di Wilbur. Lorraine aveva visto la madre del piccolo una volta sola, per un attimo, quando l’avevano portata semicosciente in sala parto. Dopo che la donna era morta Lorraine aveva chiesto alle colleghe, ma nessuna ricordava se avesse detto come voleva chiamare il figlio. Non aveva saputo aiutarla nemmeno il dottore giovane, che aveva perso la sua prima partoriente e giorni dopo camminava ancora per i corridoi con uno sguardo vacuo. Il padre del bambino, Lorraine non l’aveva nemmeno visto. All’accettazione ricordavano solo che era minuto e timido e talmente angosciato per la moglie da non riuscire a trattenere le lacrime. Si era seduto in sala d’aspetto e aveva trascorso lì un tempo infinitamente lungo nell’incertezza. L’ansia era terminata alle cinque e venti del mattino quando gli avevano comunicato che sua moglie era morta. Pare fosse rimasto lì a sedere per un po’, muto, come non capisse le conseguenze di quanto aveva udito, poi si era alzato e se n’era andato. Il medico gli aveva gridato dietro che il bambino era vivo, ma l’uomo aveva solo esitato un istante e poi aveva lasciato in fretta l’ospedale.
    Alla fine del turno, l’infermiera Lorraine ripose la federa su cui era scritto WILB in un armadio e andò a casa. Invece di portare Bob al parco come al solito, lo condusse solo a fare quattro passi nella via. Gli diede da mangiare, bevve una tazza di caffè in piedi e si infilò nella vasca da bagno. Poi indossò il suo abito più bello, quello nero senza maniche che aveva
    
    cucito lei stessa copiandolo da un catalogo, chiamò un taxi e si fece portare in centro, davanti a un teatro.
    March and April le piacque tanto da farle scordare per un po’ la preoccupazione per le giornate di pianto di Wilbur. La pièce raccontava di una giovane insegnante americana che si chiamava April Baxter e incontrava nella Parigi fin de siècle l’eccentrico pittore inglese Frederic March. All’inizio i due non si sopportavano, ma dopo novanta minuti di schermaglie finivano per mettersi insieme. Non era Broadway né Shakespeare, ma grazie alla dose abbondante di romanticismo e passione, era proprio ciò di cui Lorraine aveva bisogno.
    Dopo lo spettacolo rimase ancora un po’ nel foyer a guardare le locandine e le foto di scena. Dietro di lei si mise un uomo, e il suo volto fu riflesso dal vetro della bacheca. Lorraine riconobbe l’attore che recitava la parte di Frederic March e si voltò così sorpresa che l’uomo scoppiò a ridere. A ognuno dei tre atti Lorraine si era innamorata un po’ di più di quell’attore, ma dopo l’ultimo sipario aveva sorriso del proprio ardore dandosi della sciocca infatuata, come faceva anche al cinema dopo i titoli di coda, quando la luce la riportava alla realtà. Montgomery Field – così si chiamava quell’uomo che giù dal palco sembrava più basso e come un po’ spaesato – le offrì una sigaretta. E lei, che non fumava, se la fece accendere.
    Tre giorni più tardi, quando la compagnia teatrale ripartì, Lorraine le andò dietro. Il cane, che era sempre stato al centro della sua vita domestica, lo lasciò al fratello, e regalò gli oggetti di casa a un’associazione benefica. Quando passò in ospedale a salutare a tutti, fece un’ultima visita al reparto neonatale.
    Già in corridoio le arrivarono le urla di Wilbur attutite dalle pareti di vetro, e quando aprendo la porta lo sentì ammutolire di colpo, rimase dapprima stupita e poi si preoccupò. Quel cosino grinzoso e diafano dentro l’incubatrice sembrava uno strano animaletto collegato a tubi e cavi per qualche ricerca scientifica. Teneva gli occhi socchiusi e la fronte corrugata, come avesse mal di testa o riflettesse. Non si muoveva, soltanto la pancia tonda percorsa da un reticolo di vene blu si sollevava e abbassava al ritmo del respiro. Lorraine si avvicinò all’incubatrice, sollevò lo sportello e infilò la mano destra nell’apertura. La testa di Wilbur
    
    era calda e asciutta, coperta da una lanugine incolore di capelli che andavano in tutte le direzioni. La donna carezzò con delicatezza il cranio leggermente deformato dal parto, aspettandosi che Wilbur ricominciasse a strillare da un momento all’altro. Invece non strillò, rimase immobile con lo sguardo rivolto altrove. Sembrava ascoltare le parole che Lorraine gli rivolgeva sottovoce passandogli piano le dita sul rigonfiamento in cui si saldano le due metà del cranio.
    Quando Wilbur afferrò il mignolo di Lorraine e lo strinse con una forza incredibile, le vennero le lacrime agli occhi. Rimase così molti minuti, a piangere in silenzio passando il pollice su quelle nocche minuscole. Poi aprì con la mano libera i ditini che la ghermivano con tanta energia, e si affrettò a uscire senza voltarsi indietro.
    Poiché dopo Lorraine nessuna delle altre infermiere volle portare avanti la consuetudine, Wilbur fu l’ultimo neonato a ricevere l’onore del cuscino ricamato, almeno fino a nuovo ordine. Nessuno sembrò disturbato dal fatto che sulla federa fosse scritto solo WILB. Al Saint Francis lo chiamavano tutti così. Wilb. Persino il nome era riuscito troppo corto.
    Una delle infermiere, Edna Porter, si mise in testa di far crescere Wilbur. Gli faceva il bagnetto, gli dava il talco sulla sua pelle arrossata, gli impomatava il sedere screpolato e grinzoso e gli lisciava i capelli indocili con un po’ di saliva. Ma soprattutto gli dava il biberon più volte al giorno, e mentre la testa di Wilbur le riposava sul seno pesante che si disegnava sotto il camice bianco, gli canticchiava Breakfast in America dei Supertramp, oscillando piano avanti e indietro.
    Quando Edna lo allattava, Wilbur guardava il soffitto. Solo a volte, mentre lei canticchiava soprappensiero con lo sguardo perso nel vuoto, lui la fissava per qualche secondo con occhi in cui c’era qualcosa che somigliava a curiosità. La bellezza classica del viso di Lorraine l’aveva già dimenticata da un pezzo, ormai era sopraffatto dalla sensualità straripante di Edna, dal corpo palpitante, dalle grandi mani carnose. Edna aveva un odore dolciastro e la voce più profonda di quella delle altre infermiere. Il giorno che Lorraine se n’era andata lui aveva smesso di strillare, come avesse capito che tanto non serviva a niente. E da quel giorno i rumori che prima aveva sovrastato con il pianto diventarono parte della sua vita. Le voci dei medici e delle infermiere, i suoni che venivano da macchine su cui
    
    lampeggiavano lucine, i passi di suole di gomma sul linoleum, il cigolio lontano del carrello degli attrezzi che la donna delle pulizie spingeva in corridoio, gli squilli dei telefoni che filtravano dai muri. Tutto era nuovo, lo confondeva e lo impauriva.
    Solo la voce di Edna era bella e tranquillizzante. Quando lei cantava, Wilbur sentiva la pancia calda, quasi bollente. E quando lei lo toccava, non nel modo titubante delle altre che temevano potesse rompersi, ma con una delicatezza priva di esitazione, lui era felice quanto glielo permettevano i segnali chimici mandati dal suo cervello grosso come un mandarino.
    Poi Edna mandò il curriculum a un giovane medico che apriva il suo primo studio, fu presa come assistente e lasciò il Saint Francis. I primi giorni senza Edna il piccolo Wilbur rimase silenzioso e quasi immobile a guardare i pannelli di plastica bianca del soffitto. Edna gli mancava. Non era lo stesso struggimento che appena nato gli aveva inflitto le prime sofferenze della vita. Avvertì semplicemente che gli era stato portato via qualcosa che niente e nessuno avrebbe potuto sostituire. Di lui si occuparono altre infermiere, alcune magre e quasi senza seno, altre morbide e piene. Tutte sapevano dello stretto legame che si era instaurato fra Wilbur e Edna, e tutte cercavano di prendere il posto della collega. Ma qualcosa che negli anni a venire sarebbe diventato il subconscio di Wilbur si rifiutò di sciupare di nuovo il suo amore per una donna, per un altro essere affettuoso che lo abbandonava non appena lui gli si consegnava fiducioso.
    Wilbur vide il primo cavallo della sua vita nel parco dell’istituto Chestnut Hill di Reading, Pennsylvania, un’ottantina di chilometri a nord di Filadelfia. Il vecchio complesso, formato da vari edifici in mattoni, fino agli anni Cinquanta era stato utilizzato come caserma. A dispetto del nome idilliaco non si trovava su una collina e i suoi terreni modesti non esibivano nemmeno un castagno. A ribattezzarlo così era stato un comitato che sperava di esorcizzare con un nome positivo il triste scopo a cui l’aveva destinato: ospitare orfani. L’istituto si trovava pur sempre fuori città, e dalle stanze più in alto nell’ala est si vedeva il campo da football di un liceo, che per i bambini era comunque meglio di qualche castagno noioso.
    Lawrence Krugshank, il responsabile della sezione in cui erano ospitati i bambini di età compresa tra le poche settimane e i dieci anni, di pomeriggio avvolgeva Wilbur in una coperta di lana e lo portava nel parco, che confinava con il pascolo di un vicino. Alcuni proprietari di cavalli da sella che abitavano in città tenevano i loro animali nella fattoria, e di tanto in tanto una delle bestie veniva fino allo steccato a farsi guardare dai bambini.
    — Guarda, Wilbur, un cavallo, — disse Lawrence, e prese la mano del piccolo per fargli toccare le delicate froge bianche. Ma Wilbur la ritrasse e si mise a piangere. Lawrence lo strinse contro di sé, tornò nell’edificio e cercò di calmarlo cullandolo tra le braccia e parlandogli in tono rassicurante. Nei corridoi alcuni bambini salutarono l’uomo, che sorrise e strizzò l’occhio. A due piccoli che gli ricordarono la promessa di giocare con loro a baseball nel cortile lasciò qualche speranza per dopo. Si sforzava di concedere la stessa attenzione e affetto a tutti i suoi protetti, ma che avesse perso la testa per Wilbur non era un segreto per nessuno.
    Mentre l’espressione seria di Wilbur metteva a disagio la maggior parte degli educatori, Lawrence ci vedeva qualcosa che lui chiamava dolorosa saggezza infantile. Era sicuro che il piccolo avesse i suoi motivi per fare quella smorfia severa. Si ripropose di essere presente la prima volta che il volto di Wilbur avesse mostrato un moto dell’animo di contentezza, forse addirittura felicità. E intendeva mettercela tutta per dargli manforte.
    Erano passati quattordici giorni da quando l’impiegata dell’assistenza sociale di Filadelfia aveva affidato il piccolo alle cure dell’istituto, dove sarebbe dovuto restare fino al termine del periodo entro cui i parenti potevano richiederne l’affido. Il padre di Wilbur non si era più messo in contatto con il Saint Francis, e le ricerche fatte dalla polizia con l’aiuto di giornali e televisioni locali non avevano dato esiti. L’uomo, che nella cartella medica era indicato come Lennard Arne Sandberg, sembrava sparito dalla faccia della Terra. In un articolo di giornale dell’11 aprile 1980, un funzionario della polizia di Filadelfia ipotizzava che Lennard Sandberg si fosse tolto la vita disperato per la morte della moglie.
    
    All’arrivo a Chestnut Hill Wilbur era risultato sano, ma ancora troppo piccolo e gracile. Era sistemato in una portantina acquistata con una colletta in ospedale, e copriva con la testa le lettere W, I, L e B ricamate sul cuscino. Aveva occhi grandi e scuri, in cui Warren Clarence Rush, il direttore dell’istituto, fu tentato di leggere rassegnazione.
    Grazie a un nuovo piano nutrizionale Wilbur, che nel frattempo aveva quasi tre mesi, continuò ad aumentare di peso. Se le infermiere del Saint Francis gli avevano dato da mangiare ancora esclusivamente con il biberon, qui l’alimentazione fu rinforzata anche da pappe di cereali e di frutta, gocce di vitamine e olio di fegato. Il biberon da cui Wilbur poppava guardando il soffitto con aria annoiata gli veniva somministrato ancora soltanto due volte al giorno. Lawrence si procurava dai contadini della fattoria accanto del latte d’asina, molto nutriente, pagandolo di tasca propria. E finché Wilbur non aveva mangiato e bevuto tutto, lui non mollava. Dopodiché pesava il piccolo e faceva trascrivere alla moglie il peso su una scheda, orgoglioso che ogni giorno crescesse di qualche grammo.
    Con il suo metro e ottantaquattro Alice Krugshank era più alta del marito di tre centimetri, e superava tutto il personale femminile di Chestnut Hill di almeno dieci. Aveva i capelli rossicci e la pelle talmente chiara che Lawrence, affettuoso, la paragonava a madreperla e alabastro, mentre per lei era semplicemente pallida. La lunghezza del corpo e la sicurezza nei modi, accompagnati da una voce scura, ferma, e allo stesso tempo calda, camuffavano abilmente una tristezza profonda che nessuno intorno a lei intuiva e di cui solo Lawrence era a conoscenza. Ma nemmeno il marito si accorgeva quando il corpo di lei si metteva a tremare accanto a lui che dormiva, quando conficcava le dita nelle lenzuola e combatteva contro le lacrime. Non sentiva quando aspettando che la tempesta nel petto si calmasse lei enumerava sottovoce i nomi delle bambine che in quel momento vivevano a Chestnut Hill.
    Due anni e mezzo prima Alice aveva scoperto di avere un cancro. Una settimana più tardi le avevano tolto tutto quello che secondo lei la rendeva una donna. L’ultimo pensiero che ebbe prima dell’operazione fu che non avrebbe più voluto svegliarsi. Aveva conosciuto Lawrence alla cucina popolare di Newcastle, nel Delaware, dove la domenica lavoravano tutti e due come volontari. Già allora, mentre riempivano i piatti ai senzatetto,
    
    lui le raccontava entusiasta che un giorno avrebbe avuto una famiglia grandissima. Per un uomo come Lawrence il senso della vita consisteva nell’avere almeno cinque figli con la donna che amava. Quella donna era Alice, e anche se lei intendeva ridurre il numero dei bambini a tre, i due si sposarono non appena finiti gli studi. Durante le prime settimane di matrimonio Alice soffrì di crampi al basso ventre, e si recò da un medico. Questi non riuscì a trovare niente, e quando i dolori si fecero più forti la mandò da uno specialista.
    Alice amava Lawrence a tal punto che si augurò di morire. Lui avrebbe potuto trovare un’altra donna, gli chiese addirittura di prometterglielo. Lawrence le proibì di parlare a quel modo, e quando lei si risvegliò dall’anestesia le raccontò che aveva pensato di cercare lavoro in un orfanotrofio. Così sarebbe stato sempre circondato da bambini e non avrebbe mai sentito la mancanza di figli propri. Alice finse di credergli, ma sapeva che non sarebbe stato felice. E che la colpa era sua.
    La prima volta che Lawrence parlò di adozione fu vedendo Alice che tagliava le unghie a Wilbur. Lo faceva con grande cura e attenzione, ma allo stesso tempo con una naturalezza che Lawrence riconobbe di avere visto in sua madre quand’era bambino. Sebbene Wilbur guardasse con ostentazione il soffitto e sembrasse non avere alcun interesse per quello che gli stavano facendo, Alice non smise un attimo di parlargli con dolcezza per rassicurarlo. La sua voce scura e sonora suscitava in Wilbur una sensazione di cui lui non capiva la provenienza. Era come se tornasse parzialmente alla luce qualcosa coperto di macerie, dimenticato, che non era il suo cervello a ricordare, ma la sua pancia.
    Poi Alice passò a fare il bagno a Wilbur, e di nuovo Lawrence parlò della possibilità di adottare il bambino. Alice, che aveva appena finito di rimproverare il marito perché aveva tenuto Wilbur al freddo soltanto per fargli vedere il cavallo, non gli rispose subito. Da un’impiegata dell’autorità per le adozioni che Lawrence chiamava ogni settimana al telefono dando fondo a tutto il suo charme sapevano che Wilbur aveva dei parenti. Chi fossero e dove vivessero queste persone la donna non poteva dirglielo, e nemmeno se stessero cercando di ottenere l’affido di Wilbur. Lawrence era venuto a sapere che Maureen Sandberg, nata McDermott, era stata cremata cinque giorni dopo la morte, per decisione dei genitori. Non era riuscito a scoprire dove abitassero i nonni di Wilbur, ma riteneva che dovessero essere troppo vecchi per pensare di prendere con sé il nipote, e né la morta né il padre scomparso sembravano avere fratelli.
    Alice sollevò Wilbur dalla vasca e lo asciugò. Amava quell’esserino strambo e serio, e il pensiero di doverlo dare via le spezzava il cuore. Ma non voleva rimanerne ferita, quindi preferiva attendere la scadenza dei termini per l’affido ai parenti e inoltrare solo allora la richiesta di adozione. Lo ripeté ancora una volta al marito, e Lawrence, che era molto più spensieratamente fiducioso di lei, annuì. Capiva meglio di chiunque altro perché le fosse impossibile farsi trascinare in una nuova speranza di felicità che non offriva alcuna garanzia.
    Alice, che dirigeva l’amministrazione dell’istituto, aveva iniziato soltanto da sei mesi a prendersi cura dei bambini di cui seguiva le pratiche, limitandosi a dedicargli la sera e i fine settimana. Lawrence le aveva chiesto spesso, con il tono più disinvolto che gli riusciva, se poteva aiutarlo con questo o quel bambino, finché lei, riconoscendo la bontà delle intenzioni del marito, a un certo punto aveva ceduto. Per primo dovette aiutare un piccolo di otto anni che voleva a tutti i costi disegnare un cavallo. Un altro si era messo in testa di imparare in segreto a lavorare a maglia. Al terzo insegnò a fare il nodo alla cravatta.
    Nel giro di poche settimane Alice fece la conoscenza di tutti i bambini, e all’improvviso si ritrovò con un volto, una voce, spesso persino una storia da associare ai nomi. Adesso quando apriva una nuova pratica o aggiungeva qualche annotazione a una già esistente, conosceva il bambino che ci stava dietro. Adesso sapeva da dove veniva il piccolo Rodney Summers e perché si nascondeva nel capanno degli attrezzi ogni volta che sul piazzale arrivava una macchina. Perché Jimmy Barrett disegnava case senza tetto e non mangiava pollo. Scoprì che Alan Warchowski teneva una lista delle cose che gli piacevano in un libriccino azzurro, e una lista di quelle che detestava in un libriccino nero. Che Jeffrey Green sapeva stare in equilibrio a testa in giù e intanto bere una bibita dalla bottiglia. Che Paul Hewitt era innamorato di Sarah Morton e scriveva per lei poesie che poi non le mostrava.
    Le bambine di Chestnut Hill osservarono con stupore e invidia l’improvviso interesse di Mrs. Krugshank per i maschi. Quando la signora, che
    
    ai loro occhi appariva gigantesca e bella in modo soprannaturale, provò qualche giro di valzer con un paio di ragazzini particolarmente intrepidi nella sala da pranzo vuota, le bambine salirono in piedi su un panchetto dietro le porte e osservarono quell’evento insolito e meraviglioso dal pannello di vetro in alto. La volta che Alice mostrò a un gruppo di ragazzini sullo spiazzo che non aveva dimenticato come si lancia un ferro di cavallo, le bambine schiacciarono i nasi contro le finestre. Alice era così presa dalla sua nuova occupazione che non si accorgeva degli sguardi pieni di struggimento, di rimprovero e a volte di rancore delle bambine. Solo il giorno che Ruby Fletcher, di cinque anni, le entrò in ufficio con un coniglio di pezza lacero sotto il braccio a chiederle perché non le volesse bene, Alice capì di aver distribuito il suo affetto in modo poco equo.
    Quella sera stessa lesse alle bambine riunite nel salone qualche pagina di una rivista illustrata che riceveva in abbonamento una collega d’ufficio e traboccava di articoli pettegoli sulle star di Hollywood, della musica e dello sport. Le bambine ascoltarono rapite gli scandali e le storie d’amore e ignorarono le boccacce dei maschi dietro al pannello di vetro in alto. Il giorno dopo Alice insegnò alle bambine come si mettono i bigodini, e quello dopo ancora come si attira l’attenzione dei ragazzi e come ci si libera di quelli più invadenti. Naturalmente adesso erano i maschi a sentirsi trascurati, perciò Alice decise di ripartire le sue attenzioni. Il lunedì, mercoledì e venerdì era a disposizione dei bambini, il martedì, giovedì e sabato delle bambine. La domenica la tenne libera per Lawrence. E per Wilbur.
    Che cosa fosse una domenica, Wilbur ancora non lo sapeva. Per lui era semplicemente un momento di meraviglia prolungata in cui succedeva sempre qualcosa: lo portavano in giro, lo scarrozzavano nei dintorni e lo prendevano in braccio, lo baciavano più spesso del solito e non lo lasciavano mai solo. Una volta la settimana gli sembrava che quasi tutto andasse per il verso giusto, che la nostalgia che provava venisse sostituita per un po’ da qualcosa di piacevole. Se c’era il sole gli mettevano un cappello e lo infilavano dentro un cestino fissato al manubrio di una bicicletta. Poi si partiva per la campagna dove vide le sue prime, gigantesche, mucche e trebbiatrici. Oppure sedeva in grembo ad Alice sopra una barca e qualche pesce nuotava attraverso la sua immagine riflessa, in cui ancora non si riconosceva. E sopra di lui volavano uccelli che cercava di acchiappare come se gli disturbassero il vuoto del cielo. Quando poi si sdraiavano tutti e tre su un prato, riusciva a nascondere in modo convincente il suo interesse per formiche, maggiolini e farfalle. Ma anche se l’apparente indifferenza di Wilbur per ogni cosa che facessero insieme impensieriva Alice e Lawrence, quando lo prendevano in braccio il loro viso era sempre raggiante. Quelle domeniche erano colme di risate e di canti e degli strombazzi della bicicletta, delle campane della chiesa e del cinguettio degli uccelli: i suoni della felicità.
    Alice asciugò Wilbur e gli mise il pigiama. Quando portava il viso all’altezza di quello del bambino lui guardava oltre, verso il soffitto. All’inizio la cosa la rendeva furente e triste. Poi aveva imparato ad accettarla, perché sapeva che prima o poi lui l’avrebbe fissata negli occhi, avrebbe incontrato il suo sguardo e vi avrebbe riconosciuto un amore incommensurabile. Allora le pupille di Wilbur si sarebbero illuminate e allargate di sincera meraviglia, e avrebbe sorriso. Solo un po’, ma abbastanza da salvarle la vita.
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