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  • Maria Ester es una piba / que nacio para cojer / ella es loca por los burros / no hay pija que le venga bien. (Los Pibes Chorros)

    Aspetto il mio contatto tra Cordoba e Pringles. Il sole brucia e mi rintano in una stazione di servizio con l’aria condizionata al massimo. Mi concedo una bottiglia d’acqua gelata poi torno all’incrocio rovente e aspetto. Aspetto. Con tre quarti d’ora di ritardo lo vedo attraversare la strada e venirmi incontro sorridente. È alto meno di un metro e sessanta, la maglietta si tende sul ventre a mappamondo e sotto il capello con la visiera ha uno sguardo da eterno ragazzino. Prendiamo un autobus verso Retiro e la stazione dei treni. Assistiamo a una lite tra l’autista e un tizio particolarmente su di giri a cui partecipa mezzo autobus con commenti, suggerimenti e parolacce. La guida mi fa notare che più andiamo a sud più ci si imbarbarisce, a ogni fermata i volti, gli abiti e i comportamenti cambiano. Non prendermi per razzista dice, è una questione genetica, se per generazioni soffri la fame il tuo cervello come il tuo fisico non possono crescere. Buenos Aires è uno specchio del mondo. Il Sud è sempre il Sud, anche su scala ridotta, i quartieri bene sono a nord le villa miseria a sud. È così. Liquida la questione con estrema facilità, è molto pratico e sa di cosa parla. Io sono portato alla complessità o forse all’ingenuità della complessità, ma io vengo da nord.


    Scendiamo a Retiro, il cuore delle migrazioni quotidiane che portano i lavoratori dalla provincia in città, a migliaia. Arrivano la mattina presto, la megalopoli li ingoia e li macina per tutto il giorno. Sono in maggioranza boliviani e paraguaiani (peruviani no, perché sono tutti ladri), si spaccano la schiena per dieci ore e poi ripartono abbruttiti e logorati. Quarant’anni fa l’allenatore del Estudiantes de la Plata portava di primo mattino l’intera squadra nella hall in stile inglese della stazione, li metteva in fila a lato del corridoio principale a osservare l’arrivo in città dei pendolari, le loro membra stanche, le schiene spezzate, gli occhi a terra. Loro, diceva, lavorano. Voi siete fortunati, fate quello che vi piace e vi pagano per questo. Non dimenticatelo mai.

    Il contatto mi guida rapido attraverso l’atrio, passiamo davanti a una macelleria con la carne a buon prezzo, una serie di edicole e qualche poliziotto. Sono le sei di sera, molti lavoratori sono in partenza ma è piena estate e i treni che vanno a sud vanno anche al mare e così ci sono diversi turisti, soprattutto giovani con lo zaino in spalla.

    Ci ritroviamo sul retro della stazione, Buenos Aires smette di essere la Parigi del Sudamerica e diventa il Sudamerica. Ci mettiamo in fila sul marciapiede, sono l’unico bianco, sono forse il più alto della coda. Una ragazzina porta un neonato in braccio, due ragazzi sono strafatti di crack e sono in preda a scatti e spasmi. Lungo il muro della stazione, a terra e sui gradini ce ne sono molti. I visi scavati, un sorriso ebete e gli occhi vacui. Mentre un uomo curvo sotto il peso di un macchina emettitrice a spalla ci dà i biglietti e l’autobus si avvicina, uno di loro scatta in avanti, con le scarpe in mano, si lancia contro il muso del mezzo che inchioda. Con movenze canine annusa la cabina, schiaccia il volto sul vetro e legge ad alta voce la scritta con la destinazione. Urla che non è il suo autobus e se ne va saltellando. Nessuno sembra farci caso.

    Facciamo il viaggio in piedi, dal barrio di Retiro passiamo a quello di Barracas, l’autopista si allontana, le case si abbassano, le strade sono un disastro. Passiamo davanti a un edificio in stile gotico circondato da un parco. Una volta, nell’Ottocento, Retiro e i quartieri centrali erano quartieri alti, poi il fiume ha esondato, c’è stata la peste e pian piano i ricchi hanno preferito andarsene. Qualche vestigia dello splendore di allora rimane ma è fagocitata dalla povertà.

    Qui termina la città dice, eppure a me sembra che non termini proprio nulla. Qui comincia una città che non dovrebbe esserci. Sono terreni comunali occupati tra Barracas e Pompeya, il barrio proletario di tradizione tanghera, su cui da molti decenni si costruisce un’altra città. È la villa 21, una delle più grandi baraccopoli della capitale argentina. È abitata in maggioranza da paraguaiani, quasi tutti muratori, ladri e spacciatori o tutte tre le cose assieme. Hanno costruito una cittadella di case basse, alcune di tre o quattro piani, con materiale di fortuna e sottraendo i laterizi ai cantieri in cui sono impiegati. Chi le ha edificate ora le affitta, le vende o ci ha ricavato delle botteghe, dei chioschi, dei “saloni” da parrucchiere, dei bar. Uno di essi, specializzato in spiedini di porco alla griglia, sfoggia un murales di pessima qualità con quello che dovrebbe essere Michael Jackson alle prese con il moonwalk. La strada principale è costellata di queste attività. I cavi elettrici si annodano con quelli telefonici e con quelli della tv in grovigli inestricabili che corrono sulle nostre teste da un palo di legno all’altro. Luce, gas, acqua. Nessuno le paga, ci pensa la municipalità di Buenos Aires, così come ha appena provveduto a far asfaltare alcune stradine del reticolato che forma la villa.

    Nel Commonwealth britannico si chiama slum, in Latinoamerica ha nomi diversi: in Brasile favela, in Messico ciudad perdida, in Uruguay cantegrile, in Cile callampa e in Argentina villa de emergencia e dalla fine degli anni 50’ villa miseria: un nome letterario che deriva dal libro Villa Miseria también es América di Bernardo Verbitsky. A Buenos Aires ce ne sono alcune che risalgono agli anni ’30 come la Villa 31 di Retiro, sono sorte attorno alle ferrovie o al porto, costruite e abitate dagli stessi operai ferrovieri e portuali, altre sono nate e prosperate nei pressi di certe fabbriche da cui hanno preso il nome come Villa Inti (textil INTA-Arcel) o Villa Pirelli, altre si sono sviluppate attorno a zone più ricche come La Cava a San Isidro: gli abitanti erano le famiglie dei domestici o dei giardinieri della borghesia della zona. La Cava fino agli anni ’80 era considerata una delle più pericolose della provincia di Buenos Aires, tanto da essere stata separata da San Isidro con un muro degno di quello di Berlino…

    Abbandoniamo la strada principale e cominciamo a inoltrarci nel dedalo di strade e vicoli che formano la griglia della villa. Passiamo da una via a due corsie lunga meno di cinquanta metri, voltiamo a destra poi a sinistra. Tutto si restringe, le baracche e le case di mattoni grezzi e lamiere delimitano il nostro percorso, il cielo è solcato da fili, le finestre sono protette da inferriate, il bagliore del televisore e il suo ronzio sono un motivo ricorrente. Tutti hanno la tv accesa, tutti hanno la tv. Via cavo. Il “tizio del cavo” mi viene spiegato si fa pagare per i collegamenti e per gli amplificatori di segnale che fanno da prolunga e da connessione tra i vari fili, è il “tizio del cavo” ufficiale ma qui lo fa illegalmente. Ho una strana sensazione, indosso un paio di jeans vecchi e una maglietta nera semplice, un po’ scolorita, non porto occhiali da sole, non ho il portafogli con me e ai piedi ho delle anonime scarpe da ginnastica, sono alto poco più di un metro e settantacinque ma sono il più alto di tutti quelli che incontro e puzzo di primo mondo lontano un chilometro. Sono un’eccezione, una distorsione spaziotemporale, non dovrei essere lì, lo so, lo sanno, sono leggermente turbato.
    Sono quasi le sette, incrociamo qualche ragazzino, un capannello di donne di una certa età, una coppia con un passeggino, un gruppo di tre uomini che ridono tra loro, dei cani spelacchiati. Proseguiamo, sempre più all’interno. C’è odore di carne alla griglia, l’audio della tv si mescola con la cumbia che arriva dagli stereo e dai telefonini portati alla cintura di alcuni ragazzi. La mia guida svolta sicura tra una stradina e l’altra, alcuni vicoli poco più larghi di me si infilano come crepacci ogni gruppo di quattro, cinque case, all’interno vedo scivolare delle ombre. Un’auto blu metallizzata con le minigonne, i vetri oscurati e i cerchioni sportivi ci costringe a camminare rasente ai muri, passa oltre rombando a bassa velocità, dall’interno proviene un rumore sordo, come se i woofer riproducessero solo i suoni più bassi della musica.
    Ci fermiamo davanti a una casa a un piano fatta di mattoni grigi senza intonaco, è un parallelepipedo grezzo e cadente. Il mio uomo si affaccia alle inferriate della finestra accanto alla porta, qualcuno sta guardando le Cronache di Narnia steso sul materasso di cui intuisco la forma, posso scorgere solo lo schermo, i piedi del letto e un ventilatore che ruota sul suo asse. La guida abbaia per scherzo. Un urletto seguito da una risata lo accolgono, dall’inferriata fanno capolino una bambina di dieci anni e una donna dagli occhi azzurri arrossati all’inverosimile, sembrano due ciliegie aperte con il nocciolo blu. Sono Diomira e Mariana, la figlia e la moglie di Rey.

    La letteratura argentina contemporanea sembra aver riscoperto la villa miseria. Le librerie fanno mostra di diversi titoli le cui storie raccontano le baraccopoli bonaerensi. Leonardo Oyola, uno scrittore che dalla villa proviene, sta portando avanti una serie di noir, il primo Santeria e il secondo Sacrificio, pubblicati dalla collana Negro Absoluto delle edizioni Aquilina. Eterna Cadencia, la casa editrice culto, nata da una libreria altrettanto di culto, ha appena dato alle stampe la Virgen Cabeza di Gabriela Cabezón Cámara. Il tema delle villa miseria però non è solo una questione letteraria o un’“ambientazione esotica” con cui colorare il genere, la favelizzazione di Buenos Aires è una tematica scottante, le prime pagine dei quotidiani della capitale concentrano sempre più l’attenzione su questo fenomeno. Le villa esistono dagli anni ’30 e nessuno se non qualche intellettuale e soprattutto alcune organizzazioni per i diritti umani ci ha mai fatto caso. Si è sempre trattato di luoghi dimenticati, non visti, non esistenti per le classi abbienti porteñe, anche nel caso della Villa 31 che sorge a pochi passi dal Microcentro, dal centro degli affari bonaerensi, la “city”, che di giorno brulica di banchieri, finanzieri, impiegati, imprenditori, avvocati e turisti dediti allo shopping ma che di notte lascia spazio, come se si aprisse un varco su una dimensione parallela, a senzatetto, villeros, piccoli criminali e cartoneros.

    Cosa è cambiato? Dal crac economico di inizio millennio l’Argentina sembra essere un altro paese per certi versi. La politica ha preso direzioni inedite, soprattutto per quanto riguarda il passato della nazione e la sua nota vicenda storica. Le Madri di Plaza del Mayo hanno smesso di fare il giro della piazza il giovedì, per la prima volta in oltre trent’anni, sono state cancellate le leggi che impedivano ai processi ai militari di fare il loro corso e molti sono stati condannati, ultimo tra questi il generele Jorge Rafael Videla, uno dei massimi esponenti della Junta Militar che tenne in pugno il paese dal 1976 al 1981, condannato all’ergastolo pochi mesi fa. Dapprima il presidente Nestor Kircher e poi sua moglie – ora vedova – che lo ha succeduto alla presidenza negli ultimi anni, ha lavorato molto sul fronte dei diritti umani, c’è chi dice anche troppo, dimenticandosi del resto dei problemi del paese che ora deve fare i conti con una destra aggressiva che ha già conquistato la capitale con Mauricio Macri sindaco e che spinge sull’acceleratore dei temi della sicurezza e dell’immigrazione.

    Durante il mandato Kirchner, l’afflusso di immigrati soprattutto da Bolivia, Paraguay e Perù è aumentato creando alcuni problemi di ordine sociale, primo fra tutti l’occupazione di territori ed edifici pubblici e privati e la conseguente creazione di micro villas, come per citare un esempio nel quartiere turistico di Palermo Soho all’altezza di Godoy Cruz lungo la ferrovia.

    Uno degli episodi più emblematici, che ha poratato definitivamente all’attenzione dei media la favelizzazione di Buenos Aires, si è svolto durante le ultime vacanze natalizie…

    I muri senza intonaco spengono, tolgono luminosità, e la casa di Rey è spoglia. Non è né sporca, né disordinata, forse è solo triste. Prendiamo tre sedie e le mettiamo fuori dalla porta, in strada. Il mio contatto si infila nella casa accanto, lo seguo, al piano terra, in un garage raffazzonato, c’è una specie di emporio. Poche cose: pannolini, biscotti, scatolame e birra. Prendiamo un paio di bottiglie da 66. Ci sediamo con Mariana, beviamo la birra e aspettiamo che torni Rey ed è così, da seduto, che mi accorgo di una cosa. Nei muri della casa di Rey, di quella di fronte, di quella accanto, di tutte, ad altezza uomo ci sono dei buchi. Sono fori di proiettile. Ce n’è uno, circondato da un anello di ruggine, anche accanto a me, sulla porta di ferro. Due ragazzini giocano palleggiando con un pallone giallo scucito, poco lontano alcune ragazze chiacchierano accanto a un microscopico giardino circondato da una rete malandata, tutti scambiano delle battute con la mia guida. Poi arriva un bambino, avrà sei o sette anni. Sembra conoscere bene il mio uomo, che gli carezza la testa, scherza con lui e si fa raccontare la sua giornata a scuola. Gli dice che è importante andare a scuola, poi indica i due che giocano e dice che è importante anche giocare bene a calcio. In qualche modo bisogna provare a uscire dalla villa, meglio se vivi e ricchi. Quando si allontana, mi racconta che il padre è un tossico di crack e che di lui si sta occupando il nonno. E il nonno arriva. Avrà meno di quarantacinque anni, indossa dei calzoncini sportivi corti e lucidi, un paio di nike e una canottiera da basket bianca. È brizzolato e muscoloso. Saluta tutti e prosegue verso casa con un sacchetto della spesa che dondola a ogni passo. Mariana ci mostra delle foto della notte di Natale e quando venti minuti dopo arriva Rey, ho la strana impressione che sia molto più vecchio di quanto sembrasse in foto. Zoppica, ha il volto segnato dalla rughe e un paio di occhi grigi a fessura che sembrano sorridere. Mi stringe la mano vigorosamente, è piccolo ma forte, il fisico asciutto, nervoso e la mano è piena di calli. Si siede e chiede alla moglie di portare del ghiaccio per la gamba, si è stirato un muscolo giocando a pallavolo. Il mio uomo gli racconta che vengo dall’Italia. Non so per quale motivo capisce che sono cileno, mi dice che vorrebbe andare in Cile prima o poi, gli rispondo che anche a me piacerebbe. Alla fine si convince del fatto che io sia italiano ma si stupisce perché scopre che in Italia non si parla spagnolo, e ancor di più quando scopre che si parla italiano. Dice che un giorno gli piacerebbe andare in Italia anche se non sa esattamente dove si trovi. La gamba gli fa male, la allunga in grembo alla moglie che è andata a prendersi un’altra sedia e gli posa il sacchetto sullo stinco.

    Il cielo di Buenos Aires è sempre molto generoso con i colori e al tramonto ci offre uno spettacolo di azzurri, rosa, arancione e viola da togliere il fiato. In fondo alla strada, più o meno al centro della villa sorge una chiesa, con l’oscurità la croce si illumina al neon di blu. Mi raccontano del prete. Giovane, barbuto, tenace, ha combattuto una guerra personale al crack e alla pasta base della coca, ha lavorato sodo con i ragazzini e sembra ne abbia convinti molti a lasciar stare il “paco” come si chiama da queste parti. Chiedo se posso incontrarlo. No. Se ne è andato questa mattina con una festicciola d’addio e stanno aspettando il sostituto. Ha perso la battaglia tra minacce, intimidazioni e violenze. “Vedi”, dice la guida, “qui la vita umana non vale nulla. I paraguaiani sono terribili, non sono come gli argentini che, essendo figli di italiani, fanno tanto i palloni gonfiati ma poi non fanno nulla. No, no. I paraguaiani, come gli indios, sono silenziosi, dimessi, non ti insultano, non gridano, non ti danno del hijo de puta – la puta que te pariò, no, no, i paraguaiani ti dicono: ti taglio la gola, e un secondo dopo ti tagliano la gola.”

    Rey sorseggia la birra, poi prende un mazzetto di banconote lise da due pesos e manda Mariana a comprare altre birre, insisto per offrire io, ma sono l’ospite e non se ne parla, anzi mi invita, con tutta la famiglia per un asado, una grigliata, la domenica dopo. Continuiamo a bere, seduti in strada, il viavai aumenta, passano alcuni ragazzi in bicicletta e si fermano a chiacchierare, arrivano anche un paio di amici e si siedono con noi. Uno di loro allunga cento pesos a Rey, che li intasca senza dire nulla. Rey fa il muratore, la casa l’ha costruita lui, ma vende anche erba. Ogni tanto prende un autobus va in Paraguay e torna con un carico di marijuana pressata.

    La strada si anima, se non fossimo tra lamiere, materiale di fortuna, cavi elettrici e baracche sembrerebbe una sera normale. Poi un rombo rompe il chiacchiericcio. Tre moto di grossa cilindrata senza targa sfrecciano a tutta velocità tra uomini, donne e bambini; a bordo dei ragazzini, avranno sì e no dodici anni. Nessuno sembra farci caso, se non nel momento in cui devono scansarsi. Arriva una quarta moto, è un modello sportivo, verde e bianco, il ragazzino in sella non la sa portare, sbanda, accelera a vuoto, ingrana le marce a forza, la spegne, la riaccende, quasi si schianta contro un muro e per poco non travolge due bambini piccoli che si sono avvicinati incuriositi. Prosegue a strappi per tutta la stradina, fino a sparire dietro l’angolo. “Le rubano e non sanno nemmeno guidarle”. Questo è l’unico commento che sento sull’accaduto.

    La vita umana non vale nulla da queste parti. Comincio a capire. Poi Rey racconta che proprio il giorno prima hanno ammazzato tre ragazzi a pochi incroci da dove siamo noi, non posso fare a meno di guardare i fori di proiettili nei muri, e come se volesse anticiparmi, aggiunge che li hanno fatti fuori a coltellate. Poi segue il mio sguardo. “Ogni tanto qualcuno passa in moto e spara, a capodanno e a Natale è stato un inferno tra petardi, fuochi d’artificio e pallottole.” Ad altezza uomo, penso. E quando sento il rombo di una moto in lontananza, e quando vedo il faro avvicinarsi, e quando mi passa accanto senza che nessuno batta ciglio, provo un brivido. Ma è qualcosa di vago, come se all’improvviso fossi diventato fatalista. Mi accorgo davvero che la vita non vale un soldo bucato e che tutti ne sono consapevoli, talmente tanto da non fare nulla. Osservo la fila di sedie su cui siamo seduti, penso ai colpi d’arma da fuoco sparati qualche giorno prima per festeggiare il nuovo anno. Uno di quei colpi, ha fatto un buco sul muro, quel buco è esattamente dietro la mia testa…

    È cronaca degli ultimi mesi. A Villa Soldati, un barrio popolare, che un tempo faceva parte dell’area di Villa Lugano, sorge un parco dedicato alla memoria degli studenti desaparecidos. Nei pressi del parco si trova una teoria di monoblocks, complessi edilizi popolari che ospitano il 40% della popolazione del quartiere. Il parco è stato occupato da centinaia di famiglie provenienti da Perù, Bolivia e Paraguay che nel giro di poche settimane hanno cominciato a costruire un insediamento di fortuna. La questione politica argentina è molto delicata ma per quanto riguarda gli avvenimenti che per due settimane hanno trasformato Villa Soldati nello scenario di una guerra civile metropolitana sono riconducibili, a grandi linee, a interessi di partito e manovre politiche in vista delle elezioni.

    I giornali hanno di nuovo usato il termine favelizazzione, hanno puntato i riflettori, a seconda del loro orientamento, sulla questione sicurezza o sulla questione abitativa, ma andiamo con ordine. A metà dicembre gli abitanti dei monoblocks, hanno aspettato invano un intervento delle forze dell’ordine ed esasperati dalla presenza degli occupanti hanno deciso di occuparsene in prima persona. Accompagnati da una manciata di hooligan facenti capo ad alcune frange estreme delle tifoserie calcistiche cittadine, alcuni gruppi di residenti del barrio si sono armati di bastoni, lame e pistole e hanno affrontato gli occupanti. Il bilancio tra morti e feriti è stato grave e l’escalation di violenza dei giorni successivi ha scatenato la stampa che ha messo Buenos Aires e l’Argentina definitivamente a fare i conti con la favelizzazione. Ma per quale motivo la polizia non è intervenuta?

    Sembra che il sindaco della capitale, Mauricio Macri, avesse promesso agli occupanti delle terre nel quartiere, salvo poi negare tutto. La polizia metropolitana però non è entrata in azione perché Macri ha dato l’ordine di non farlo in quanto riteneva che fosse di pertinenza della polizia federale che dipende dal governo centrale e quindi dal governo Kirschner, di cui Marci è oppositore. Di fatto la polizia federale è stata costretta a intervenire dopo giorni di scontri tra residenti e occupanti schierandosi in modo da proteggere gli occupanti mentre abbandonavano la zona del parco. La questione sicurezza è salita così alla ribalta delle cronache mentre la popolarità di Cristina Kirchner scendeva nei sondaggi. Mossa politica, scarso coordinamento dell’amministrazione pubblica e delle forze dell’ordine o incapacità di reagire a un fenomeno in crescita esponenziale come l’immigrazione e la favelizzazione della città? Fatto sta, che mentre i talkshow soffiavano sul fuoco, sul prato bruciato e devastato di Villa Soldati sono riamasti a terra dei corpi di alcuni disperati e altri disperati sono tornati pieni di rancore, rabbia e paura ai loro monoblocks.

    Non riesco a staccare lo sguardo dal foro del proiettile, Rey mi racconta che hanno ammazzato anche suo cugino a qualche strada da dove ci troviamo. Nel tono della sua voce non c’è incrinatura, le sue parole suonano come se stesse parlando delle previsioni del tempo. La guida mi racconta che secondo lui l’indifferenza, se non lo spregio, verso la vita umana dei paraguaiani ha radici lontane, risale alla Guerra della triplice alleanza, come il loro atteggiamento machista verso le donne. Il vicino di casa di Rey è morto a sua volta. Una serie di coltellate all’addome gli hanno fatto rovesciare le viscere in strada. A farlo fuori il dirimpettaio a cui aveva fatto da padrino al battesimo del figlio. Tutto è nato da una banale lite calcistica. Meglio il River, meglio il Boca, meglio L’Olimpia, meglio il Libertad… L’assassinio si è trasformato presto in una faida familiare che ha lasciato a terra sette persone.

    Tra il 1865 e il 1870 il Paraguay si schierò contro Argentina e Brasile, affiancati come se non bastasse dall’Uruguay, per questioni politco-territoriali. È come se oggi il Portogallo dichiarasse guerra alla Francia, all’Inghilterra e alla Svizzera contemporaneamente e infatti durante il conflitto la popolazione paraguaiana venne dimezzata, da oltre 525 mila persone si passò a poco più di 221 mila e di quei 221 mila solo 28 mila erano di sesso maschile: ogni otto donne c’era un uomo o meglio c’era un vecchio o un bambino o un ragazzino. Un cambiamento demografico legato alla “sopravvivenza della specie” che influenzò pesantemente i ruoli sociali di genere e che, ancora, oggi è radicato nella cultura paraguaiana per cui la poligamia è cosa quotidiana, come lo sono maltrattamenti, uxorocidi, femminicidi, sfruttamento e violenze. Molte famiglie della media borghesia bonaerense ospitano in casa per cinque giorni su sette delle mucamas, donne tuttofare, di origine paraguaiana che spesso fanno anche altri due o tre lavori per mantenere i loro uomini nullafacenti. La guida è irremovibile, secondo lui, los hombres paraguayos sono tutti uguali. E lo sono a causa del loro passato di “maschi da monta” da preservare e curare per la prosperità, o meglio la sopravvivenza, di un paese ridotto in cenere da una guerra di fine Ottocento…

    Il cielo è ormai viola scuro e la croce al neon azzurro è un bagliore alieno tra la luce aranciata dei lampioni. Per un momento restiamo in silenzio ad ascoltare il respiro della villa. Come in ogni romanzo che si rispetti c’è un cane che abbaia in lontananza, serve a dare il senso di realtà alla storia, eppure sono così frastornato da quel luogo che il cane non basta, non lo percepisco ancora come reale, non del tutto. Non è la mia realtà quotidiana, non lo sarà mai, quei fori di proiettile sul muro sono al contempo terribili e metafisici. Li vedo, li temo, ma è come se non fossero reali. È come se stessi semplicemente leggendo un racconto pulp in cui sono piombato per qualche misterioso motivo. Oltre al cane, ci sono i ronzii insettoidi di moto lontane che sfrecciano tra il dedalo polverso di strade e stradine, le stesse moto da cui forse, a capodanno, hanno sparato ad altezza uomo. Tendo le orecchie, c’è anche della musica, della cumbia villera distorta da qualche impianto stereo sgangherato, una melodia pacchiana scandita da tastiere e batterie da quattro soldi. È un ritmo antico, che scorre nelle vene dell’America Latina da cinquecento anni. Ha viaggiato dall’Africa attraverso l’Oceano Atlantico per arrivare in Colombia, è una danza popolare che dopo cinque secoli, filtrata dal tropicalismo, ha invaso club e discoteche e dalle discoteche si è trasferita alle baracche delle periferie, diventando il gangsta rap del subcontinente. Pibes Chorros e Dama Gratis sono i due gruppi più noti, nati nella villa, cantano la villa e sono nemici. La rete straripa di blog e siti dedicati a loro e alla loro rivalità. I loro suono ha superato i confini delle baraccopoli ed è diventato colonna sonora quotidiana della classe meno abbiente argentina, per poi scalfire il primato del rock nacionàl, il rock en castellano, che ora fa i conti con i suoni e ritmi della villera e ne La luz del ritmo, l’ultimo album dei Los Fabulosos Cadillacs, il gruppo rock argentino per antonomasia, fanno capolino intere linee di tastiera e pattern ritmici tipici della cumbia.

    Mentre il suono cumbiero si avvicina a bordo di un’auto e copre anche l’abbaiare del cane, qualcosa agita gli abitanti della strada. Non so cosa fare. Entrare in casa di Rey, restare immobile e impassibile a bere birra o chiedere alla guida se accompagnarmi fuori di lì. Rimango seduto.

    L’autopattuglia si ferma davanti alla porta di uno dei dirimpettai di Rey, tre poliziotti con i giubbotti antiproiettile, bussano e qualcuno li fa entrare. Dopo qualche minuto escono scortando una donna e una ragazzina. Le fanno salire in macchina e se ne vanno. Passano a pochi centimetri dalle mie scarpe. Rey fa un commento in guaranì, poi racconta che l’uomo di casa era molto violento, anche per lo standard della villa, e che picchiava spesso a sangue moglie e figlia. Di lui non si sa nulla da giorni. L’allontanamento della polizia sembra aver rimesso in moto la routine del vicinato. Non mi spiegano altro e la conversazione si perde in facezie. Ormai è tardi. Saluto i miei ospiti, che mi ricordano dell’invito per me e la mia famiglia a un asado per la domenica successiva. Basta che telefoni per avvertirli di quanti saremo. Strette di mani e baci sulla guancia.

    Mi avvio a fianco del guida attraverso la villa, sembriamo una versione postapocalittica di Gianni e Pinotto. Percorro le strade dissestate in tranquillità, l’inquietudine che ho provato entrando è sparita. Cammino con familiarità e sicurezza come se per un istante fossi a passeggio in un posto normale. Mi chiedo anche cosa sia un posto normale. Forse la normalità è questa ed è il resto a essere un’anomalia. Quando usciamo dal reticolato e torniamo sulla strada principale, ci troviamo di fronte una babele sonora. Musica, auto, moto e motorini, schiamazzi, urla e risate. C’è tutto tranne l’autobus. Andiamo alla fermata e aspettiamo. La notte è tiepida. Si sta bene. Vedo un taxi uscire da una via laterale, lo indico al mio uomo. Costa troppo e poi… Lascia perdere quanto costa. Prendiamolo. Non sembra molto convinto ma mi segue. Fermo l’auto prima che si immetta sulla principale. Saliamo. Il tassista è inequivocabilmente fatto. Il mio uomo, mi blocca con la mano sul petto prima che possa dire nulla. Gli dà l’indirizzo e le indicazioni per arrivarci. Durante il tragitto conversiamo del più e del meno. Il tassì imbocca una strada chiusa in mezzo a un complesso di monoblocks. La guida si agita ma cerca di mantenere la calma. Chiede al tassista cosa stia facendo. L’uomo al volante si ferma davanti a una barriera di cemento e torna indietro. Ci spiega che fino a poco prima la strada era aperta. Torna verso la villa e svolta all’altezza di un cavalcavia verso Pompeya. Il mio accompagnatore è sul chi vive ma appena arriviamo nel barrio si rilassa un po’, fino a quando il tassista si ferma a far benzina. Scendiamo tutti dall’auto. La guida va a pisciare su un albero poco distante dal distributore, so che non mi stacca gli occhi di dosso però. Ripartiamo. L’autista dice che ogni tanto va alla Villa 21 perché c’è un’ottima parilla che non costa nulla. Ha la voce impastata, suda e trema. Avanziamo a strappi, singulti, accelerazioni e frenate. Risaliamo il ventre molle di Buenos Aires, ci insinuiamo barcollanti tra i suoi quartieri. Dopo quaranta minuti siamo dalle parti di Palermo. Ci facciamo lasciare davanti a una bar su Nicaragua e Thames. Il tassista ci fa uno sconto di dieci pesos, per la sosta benzina. La guida mi offre l’ennesima birra. Ci sediamo a un tavolino all’aperto e mentre scola la sua Stella Artois gelata, sempre da 66, mi spiega che molti tassisti vanno a comprare la coca o la pasta base in Villa, altro che parilla e come loro molte persone. Costa poco ed è buona.

    Sorseggio la birra, sul marciapiede c’è un andirivieni continuo persone in bermuda firmati e infradito. Il bar è pieno di stranieri e argentini che bevono cocktail elaborati, una musica elettronica innocua arreda gli spazi sonori. Nessun foro di proiettile nei muri. Mi sento a milioni di anni luce dalla villa. Poi, tre ragazzini villeri sfatti di crac spuntano da dietro l’angolo, sono fuori posto, come uno smoking in un quadro rinascimentale. Attaccano briga con chiunque incontrino. Rovesciano un tavolino a cui siedono due americani che rimangono impietriti. Avanzano verso di noi. Si fermano un secondo ci squadrano, ci annusano, passano oltre e se la prendono con un gruppo di turisti dall’altra parte della strada. Spinte, bottiglie rotte e insulti, poco altro. La favelizzazione di Buenos Aires. L’allarme sicurezza, il quieto vivere minato, ogni giorno un po’, ogni giorno di più. Mi ritrovo a pensare che in realtà, da sempre, sia in atto una buensoairesizzazione della favela. Un rovesciamento di valori per cui gli altri vengono considerati sempre dalla parte del torto e le loro violenze brutali, mentre le nostre sono violenze pulite. Loro sopravvivono e noi viviamo. Loro sparano da una moto in corsa, noi bombardiamo un paese. Loro rubano, noi facciamo acquisizioni. Loro spacciano, noi creiamo bisogni inutili. Ma nel mondo, la maggior parte delle persone vive nelle loro condizioni, non nelle nostre. Noi e loro. Potrei anche dire che in realtà noi siamo loro, ma sono tutte stronzate, roba da romanzetto impegnato, politicamente corretto. Non è vero noi non siamo loro, nessuno di noi sopravvivrebbe a lungo in una villa miseria. Nessuno.
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