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  • L’arrivo a Venezia fu come sempre emozionante, attraversare il grande ponte della libertà, per giungere in Piazzale Roma era come varcare la soglia di un modo immaginario sospeso sull’acqua e se guardare indietro voleva dire salutare la realtà: le auto, il traffico, i grandi palazzi; guardare avanti rappresentava la calma piatta lagunare, i tempi rarefatti, le lunghe passeggiate senza tempo.
    Era forse per questo che zia Giulia chiamava Venezia; la Serenissima?

    La macchina accostò, zia Giulia era già pronta all’ingresso del grande parcheggio, un enorme cappello di paglia azzurro acquamarina a riparla dal sole, il lungo abito di percalle bianco e la borsa delle meraviglie, ove anche un metro da cantiere aveva una storia da raccontare.

    E poi gli abbracci conosciuti, il profumo di lavanda ad invadere la mente, i sorrisi, Maddalena fra le braccia e Jacopo per mano, si diressero così, verso un taxi d’acqua con zio Sergei al seguito oberato dai bagagli.

    Ai genitori non restò che salutarli da dietro e vederli allontanare fra un vento di garbino insolito e l’odore salmastro del mare fermo.

    Il Taxista Marco caricò i bagagli, era un committente degli zii, aveva affidato loro la ristrutturazione di un piccolo bilocale all’isola della Giudecca, aveva messo a disposizione mezza giornata per accompagnare i bambini fra le acque della gronda lagunare, una sosta a Burano per il pranzo e un giro fra le isolette veneziane.

    “Forza” si parte ragazzi “avete voglia di mangiare del buon pesce?”.
    Mentre Maddalena, fra le braccia di zia Giulia, ad occhi sgranati osservava il mare, Jacopo, vicino a zio Sergej lo subissava di domande, la sua testa era piena di progetti: case da costruire sull’acqua, nuovi motoscafi per navigare fra le placide onde della laguna, ponti mirabolanti sul canal grande che apparivano e sparivano come d’incanto e una lavagna interattiva multimediale incollata sulle pareti di ogni palazzo e monumento al fine di dare al turista tutte le informazioni richieste.

    Burano, con le sue case colorate e i negozi di merletti, li accolse avvolta da un tepore re tipicamente estivo, Jacopo chiese alla zia di vedere subito il campanile storto, era affascinato da quella torre pendula che pareva cadere da un momento all’altro.

    Si guardava attorno riconoscendo i colori, gli odori, le immagini scolpite nella sua mente dopo anni di visite agli zii, finalmente, le poteva vivere di più, non una semplice gita con mamma e papà ma una vera e propria avventura, fra panni stesi alle finestre e altane che svettavano solitarie dai tetti consumati dal tempo, fra ponticelli da attraversare saltellando col cuore in gola e la libertà di un mondo senza automobili. Cosa desiderare di più?

    La mezza giornata passò velocemente fra un cicchetto al bacaro del Bepi e un gelato da passeggio, e mentre il sole calava all’orizzonte sul mare, si rientrò stanchi alle zattere. Sull’uscio di casa, addormentato sornione sullo zerbino, il siamese Pompidou attendeva il rientro della zia, come ogni sera da undici anni, aprì un occhio, poi l’altro, poi li richiuse incredulo: cos’era tutto quel vociare di bambini? Sospirò, come solo un gatto siamese può sospirare sapendo che da lì a poco i suoi spazi vitali sarebbero stati invasi da piedini, manine, urletti e pezzi di biscotto dimenticati qua e là, avrebbe sopportato solo per amore di zia Giulia, ma la tentazione di andar per tetti in cerca di solitudine era forte più della fame.

    La giornata finì così, addormentati esausti nel lettone degli zii, le finestre aperte e quel vento strano di garbino, così insolito in quella stagione a Venezia, a lambire la notte mai buia, fatta di silenzio interrotto solo da qualche volo perpetuo delle zanzare giganti della laguna.
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