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  • There is always a window, at the base of every story. Window contains a familiar scene of solitude, sometimes a closed window-shutter can show more than it could do, if it was opened. Life and desperation stories (for Neil Gaiman Desperation, that is sister of Desire, looks trough the mirrors, as they were windows). Meditating at the window (or at the balcony, among herbs, succulents and dried plants) is an ancient popular art from Sicily and Meditarranean (sometimes this habit is replaced from that one, typical of the small villages or ancient outskirts quarters, of passing your time on a chair along a street beside encrusted walls).

    I'm certain that there should always be a window, or sometimes even a door (not necessarily both and don't take for granted the pavement or the ceiling: they are only accessories).

    About "Otium" there have been several direct eulogies (Russel, Seneca, Stevenson) and for certainly there have been indirect ones too (Leopardi, Manganelli and Pizzuto). Maybe it's wrong in finding the origin of this fine essence in the Mediterranean area and it's useful to remember the Taoist paradoxes (Wu Wei - no action), the "do-nothing", with different declensions between Silvio Manuel and Tsuda Itsuo.

    Severino (he is not the one, but for sure he is the most clear), he mightily roots the social and cultural structure in Technique's time. Technological culture is a subtle totalitarianism, whose grip is often expressed with words and means that are unspoken, indirect and disguised.

    Otium, or in this more specific case Otium Litterarum, it's the linchpin of the writing. Nietzsche describes a happy and naughty maxim: "The devil makes works for idle hands. And so: is philosophy a vice?" Severino replies indirectly to it saying that Episteme is at its own twilight, and few years before Krauss teared the Viennese Doxa to pieces (which is the humanity's history, inscribed precisely between Episteme and Doxa, with Technique such as a Sword of Damocles. A sort of hybrid machinery between Poe and Kafka!)

    The presupposition of technique's culture (that has as end, the end of the finite things) could be direct opposite of what the Taoist do-nothing suggests (Taoist paradoxes "appear", cause their presuppositions are powerful and deep, complex and sociologically and phenomenologically alien. The infinite of the things, or the finish and the manifestation of the infinite!)
    I often use the word "implicit", knowing that the presuppositions of each thought and each action can often contain the key.

    There is always a window, a coarse sofa, books and scattered papers, a cup of tea, some biscuits, a worm and evening light, or the proud sun that sets the leaves (few years ago also the everlasting, and a litlle bit unpleasing, light of the monitor joined it). There is often a cat, sometimes the spirals of my pipe's smoke (if I'm lucky of the Nightcap, not so easy to find for sale), sometimes a woman.

    While things happen, I think actually that those are inscribed and never-ending. Things don't happen.
    I'm not here (like in film about Bob Dylan from the revealing title, but to reduce in "not here"), but there is a cup of tea.
    Among the cup, the cat and the sofa, I sometimes, and thanks to them, appear..

    At the base of every story, there is always a window. "And now I'm coming out"




    Alla base di una storia c'è sempre una finestra. La finestra contiene una scena familiare, di solitudine, a volte le imposte chiuse di una finestra mostrano più di quello che potrebbero, stando aperte. Storie di vita e disperazione (per Neil Gaiman Disperazione, sorella di Desiderio, guarda attraverso gli specchi come fossero delle finestre). La meditazione da finestra (o da balcone, contornati di vasi, fra piante secche, grasse e aromatiche) è arte antica, mediterranea, siciliana e popolare (talvolta sostituita dalle sedie sulla strada, lungo muretti incrostati; la si ritrova nelle vecchie contrade, nei paesini, nelle borgate di periferia).

    Sono certo che deve esserci sempre una finestra, a volte può anche esserci una porta (non per forza entrambe e non è così scontato per i pavimenti, il soffitto, che sono puramente accessori).

    Dell'"Otium" sono stati scritti vari elogi diretti (Russell, Seneca, Stevenson) e sicuramente ve ne sono stati di indiretti (Leopardi, Manganelli e Pizzuto). Forse è scorretto rintracciare l'origine di questa essenza sottile presso l'area mediterranea, e torna utile ricordare i paradossi taoisti (Wu Wei- non azione), il "non fare", con declinazioni diverse fra Silvio Manuel e Tsuda Itsuo.

    Severino (ma non è l'unico, sicuramente è il più lucido) radica potentemente la struttura sociale e culturale attuali, con l'epoca della Tecnica. La civiltà della Tecnica è un totalitarismo sottile, la cui presa spesso è espressa in termini e con mezzi impliciti, indiretti, camuffati.

    Otium, o in questo caso più specifico Otium Litterarum, è il perno della scrittura. Nietzsche traccia una massima felice e biricchina: "L'ozio è il padre di ogni filosofia. Quindi: la filosofia è una vizio?" Severino risponde indirettamente affermando che l'Episteme è al suo crepuscolo, e qualche anno prima Krauss aveva fatto a pezzi la Doxa viennese (che è anche storia dell'umanità, iscritta appunto fra Episteme e Doxa, con la Tecnica come spada di Damocle. Una specie di macchinario ibridato fra Poe e Kafka!)

    Il presupposto della civiltà della tecnica (che ha come fine, la fine delle cose finite) potrebbe essere all'opposto di quel che la non-azione taoista indica (i paradossi taoisti "appaiono", in quanto i loro presupposti sono potenti e profondi, complessi e socialmente e fenomenologicamente alieni. L'infinito delle cose finite, o la compiutezza e la manifestazione dell'infinito!)

    Uso spesso la parola "implicito", sapendo che i presupposti di ogni pensiero e azione spesso ne contengono la chiave.
    C'è sempre una finestra, un divano scomposto, libri e fogli sparsi, una tazza di te, biscotti, una luce calda e notturna, o un sole trionfante che infiamma le foglie (da qualche anno si è aggiunta la luce perenne e un po sgraziata del monitor). Spesso c'è un gatto, a volte le volute della pipa (se sono fortunato il Nightcap, non più facilmente reperibile), talvolta una donna.

    Nel mentre che le cose accadono, penso invero che queste siano iscritte e perenni. Le cose non accadono.
    Io non sono qui (come il film su Bob Dylan, titolo rivelatore, ma da limare in "non sono qui"), ma c'è una tazza di te.
    Fra la tazza, il gatto e il divano. Io talvolta, e per merito loro, appaio.

    Alla base di una storia c'è sempre una finestra. "E adesso esco"






    Tr. Alessandra Russo
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