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  • La mia casa è sempre stata un gran casino. Non perché siamo una famiglia di persone disordinate, o perché amiamo vivere nel disordine. Il disordine nelle nostre teste è un processo mentale, una serie di abitudini di pensiero che ci portano a compiere, o più spesso a non compiere, azioni e comportamenti chi renderebbero la nostra casa un po’ più ordinata.
    Il primo di questi contorti ragionamenti sta nella regola non scritta per cui quando qualcuno appoggia qualcosa in un posto, quella cosa resterà lì finché io non l’avrò spostata. Questo perché mio fratello, che a diciassette anni sembra un maiale allevato nel fango, si rifiuta di fare qualsiasi cosa che non sia star seduto coi piedi sul tavolo ed essere servito e riverito come un principe in ogni momento della sua giornata. Giornata che inizia verso le due di pomeriggio, quando il pascià si alza pretendendo il pranzo, e termina verso le due di notte, quando il signore e padrone dei telecomandi di casa decide di andare a letto dopo una giornata trascorsa in giro con un vecchio motorino scassato, e che non dovrebbe nemmeno circolare. Perciò, tornando a noi, il principe non alza un dito per sistemare il disordine, e anzi ne crea a sua volta, perché non è suo compito pulire la casa.
    Mio padre invece, per deformazione professionale, è un uomo molto ordinato per quanto riguarda i propri averi. Ogni calza, ogni maglia, ogni dente del pettine che neppure gli serve deve essere al proprio posto, dove lui lo possa trovare, perché il disordine è qualcosa che lo ripugna. Eppure, mosso dallo stesso principio ereditato dal figlio, è convinto che un uomo che lavora duramente per portare a casa la pagnotta – nel suo caso un panino piccolo piccolo, ma questo per lui non ha la minima importanza – abbia il sacrosanto diritto di passare il suo tempo in famiglia seduto sul divano a fare nulla. Dunque rassettare la casa sarà compito della moglie, perché dato che la moglie non lavora in un officina non può dire di essere davvero stanca e di aver lavorato, perciò non deve lamentarsi se il marito non alza un dito in casa. Con questo non voglio dire che mio padre sia maschilista, ma chi lo conosce sa che tipo d’uomo fu mio nonno, un uomo tutto d’un pezzo, con sei figli e una moglie amorevole che ha dedicato la propria vita ad accudire il marito e i pargoli, che non ha mai lavorato perché la donna deve occuparsi solo della casa e dei bambini e che non importa se il marito non ha un lavoro e non ci sono soldi: lei deve ubbidire e pensare alla cena e ringraziare il signore per averle dato quella famiglia. Probabilmente se la mia vecchia nonnina, ancora oggi mansueta e accomodante come un agnellino, avesse avuto un lavoro suo, avrebbero avuto più soldi e meno figli, i quali avrebbero studiato e avrebbero oggi un lavoro migliore. Ma forse io non sarei qui.
    Perciò, visto che i maschi non si occupano della casa perché è un mestiere da femmine, secondo la loro teoria sta alla mamma gestire tutto quanto. Qui nasce il problema. Mia madre è una donna intelligente e piena di risorse, fa mille lavori per mantenere la famiglia e nessuno le dice mai grazie. Ma con gli anni è diventata una persona estremamente disordinata. Se qualcosa viene appoggiato in un posto, resterà lì finché io non l’avrò spostato. Mia madre è la prima persona ad appoggiare le cose in giro per poi abbandonarle lì. Non se ne rende nemmeno conto. Credo che nonostante tanti anni da segretaria, non abbia mai sviluppato capacità archivistiche tali da tenere in ordine una casa. Tutte le scuse sono buone: la casa è troppo piccola per quattro persone, non ho tempo, non ci sono i soldi per comprare mobili più funzionali, nessuno mi aiuta, avete troppe cose e altre scuse con un fondo di verità a cui tutto sommato nessuno di noi ribatte.
    Io per prima non sono mai stata molto ordinata, o almeno così credevo. Non è vero. Io non sono disordinata, sono distratta. Nella mia mente da archivista tutto dovrebbe avere un posto, e se avessi carta bianca e i fondi necessari, sarei perfettamente in grado di rendere questa casa un luogo vivibile. Però, spesso, appoggio cose che ho sempre in mano, come il cellulare, con l’intenzione di lasciarle lì il tempo di avere le mani libere, ma distratta come sono mi dimentico subito dove ho appoggiato l’oggetto in questione e non riesco più a ritrovarlo. Dato che non era al suo posto, la mia mente non riesce a ricostruirne la collocazione. Per di più ho il vizio di tenere sempre la vibrazione.
    Ma come dicevo, a casa mia finché non sposto io gli oggetti abbandonati nessuno lo fa. Mio fratello perché non tocca a lui, mio padre perché non è roba sua, mia madre perché neanche se ne accorge.
    A casa sono io l’addetta alla caccia alle cimici. Con l’arrivo dell’autunno entrano da ogni spiraglio aperto, dalle porte, dalle finestre, si attaccano ai panni stesi e si nascondono in cerca di calore. Ogni volta che una piccola e innocua cimice si posa in casa, su una lampadina o su una tenda, ogni membro della famiglia reagisce sempre alla stessa maniera: mio padre si allontana con le braccia conserte, perché lui non si sporca le mani catturando una cimice puzzolente, anzi ritiene addirittura schifoso che entrino in casa senza che nessuno faccia niente; mio fratello ha quasi paura, perché è convinto che pungano, perciò chiama a gran voce me e la mamma perché la catturiamo. Mia madre cincischia per dieci minuti pur di non toccarla, nonostante la sua idea del “catturare una cimice” sia prenderla delicatamente con le mani e appoggiarla fuori da una finestra. Finestra da cui sicuramente rientrerà alla prima occasione. Perciò, io sono diventata l’addetta alle cimici, l’unica persona in casa che non ha paura degli insetti e non si fa scrupoli a ucciderli in caso di necessità. Al primo grido di avvistamento mi alzo tranquilla, raggiungo il bagno, strappo un quadrato di carta igienica accanto al water, dopo averne alzato il coperchio, poi seguo le grida fino alla stanza occupata dal puzzolente insetto; solitamente si piazzano su tende e lampadari, quindi prendo una sedia, ci salgo sopra e con molta delicatezza avvolgo la cimice nel pezzetto di carta, senza schiacciarla. Sempre con molta tranquillità, torno in bagno, getto con attenzione l’involto di carta nel water, chiudo il coperchio e tiro lo sciacquone per qualche secondo, finché non sono sicura di aver affogato con successo il povero insetto.
    Ovviamente il grande disordine di casa non facilita le cose. A volte troviamo cadaveri di cimici, morte il cambio di stagione precedente, in mezzo ai vestiti leggeri che tiriamo fuori all’inizio del mese di maggio. Ormai anche il cambio di stagione, però, è diventato difficile a causa del gran disordine. Ogni giorno mia madre trasporta per casa, dalla camera al tavolo da pranzo e ritorno, cumuli di vestiti e cappotti che non hanno posto nei miseri armadi. Spesso mi sgrida perché la maggior parte dei vestiti sono miei, e perché i cappotti di mio padre non hanno spazio nell’armadio a causa dello sfratto inflittogli dai miei coloratissimi piumini. Anche a questo c’è una spiegazione. Fino a qualche anno fa, non saprei quantificare quanti perché ormai mi sembra di vivere da sempre in questo bazar, i miei vestiti erano molti meno e avevano spazi precisi all’interno della casa: avevo a disposizione due cassetti vivino al mio letto, un altro in una piccola cassettiera nel corridoio, tre cassetti dietro la porta della camera dei miei, tra il muro e l’armadio, tre spazi nell’armadio dei miei genitori, uno per gli abiti eleganti, uno per i cappotti lunghi e uno per i giacconi invernali, che aumentando di numero col passare del tempo hanno pian piano sfrattato gli altrettanto numerosi giubbotti di mio padre. Nel ripostiglio, spesso la stanza più ordinata di casa, un altro armadio era quasi a mia completa disposizione, tanto che lo usavo come cabina armadio. Ho ancora questi spazi a disposizione in casa, ma qualcosa è cambiato quando mio fratello, crescendo, ha avuto bisogno di più spazio.
    Per un motivo che non capirò mai, quando i vicini traslocano o cambiano qualche mobile, spesso regalano pezzi di arredamento a mia madre, la quale non ha molto gusto nell’arredamento e accetta ogni volta. Così, quando l’ennesimo vicino ci regalò uno scaffale perfettamente identico a quello che già avevamo nell’ingresso, mio fratello colse al volo l’occasione e se lo sistemò vicino al letto. Sfruttò la cassettiera e i ripiani per riporre i suoi pochi vestiti i suoi molti attrezzi da lavoro. Per fare spazio al mobile fu costretto a eliminare uno dei comodini della mamma, la quale pur di non buttare l’ormai inutile mobiletto decise di piazzarlo vita naturaldurante davanti alla porta del ripostiglio, impedendomi l’accesso alla mia preziosa cabina armadio. Così, per ovviare all’infinita scomodità di spostare il comodino venti volte al giorno per prendere o riporre i miei vestiti, cominciai a indossare solo quelli appena lavati che la mamma appoggiava sui letti della camera, ammucchiandoli in attesa di tornare al proprio posto. Pian piano i cumuli divennero perenni e si moltiplicarono. Ogni volta che compro un abito nuovo, lo piego in cima al mucchio più basso e non mi prendo più la briga di sistemare i vestiti nei vari cassetti o nei ripiani del mio armadio, inaccessibile a causa del comodino che ne blocca l’accesso. Oggi nel mio armadio abbandonato trovano posto vecchi maglioni che non metto da almeno tre anni, mentre i cumuli di vestiti si spostano faticosamente da un lato all’altro della casa, accumulando disordine e invogliando gli ospiti a stare fuori dalla nostra casa. Il mio progetto di scaffalature a tutta parete in giro per casa è ormai talmente frustrato che la mia mente l’ha sostituito con il desiderio di andarmene per i fatti miei e di avere un bell’armadio alla sex and the city in cui sistemare senza troppi problemi tutte le mie proprietà indossabili.
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