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  • Era l'estate del 1997. Li conoscevo da 6 mesi e abbiamo deciso di intraprendere insieme un viaggio emozionante. Cinque uomini e una donna (io) alla scoperta dello Yemen. Nell'anno dei rapimenti dei turisti. Nell'anno in cui mi sono fidanzata con l'uomo che poi è diventato mio marito. Fatti privati e pubblici per me si mescolano quasi senza distinzione perché quell'anno, per me, è cambiato tutto.

    Quindici giorni catapultata in una realtà che nemmeno avrei potuto immaginare. Nessuna difficoltà di ordine pratico: ho mangiato il pesce servito sulla carta dei quotidiani, ho dormito vestita sopra alle lenzuola luride, ho fatto la doccia con gli abiti indosso per fare il bucato, ho scalato le montagne su un pick up guidato da un ragazzino di 14 anni (forse, spero), ho chiesto a sconosciuti di farmi usare il loro bagno perché era l'unico di tutto il villaggio, e quando siamo stati nel deserto ho immaginato che l'ultimo cespuglio dietro alla tenda beduina in cui si beveva il té fosse la toilette (lo sanno tutti che è sempre in fondo a destra, quindi non potevo sbagliare).

    Uno shock per la mia consapevolezza di vivere una condizione di donna. E in quanto donna, diversa. Sì inferiore, diciamolo pure. Mani di bambine mi hanno messo in testa un telo colorato, ma io ero a disagio. Le donne nella piazza della capitale arrivavano solo alle 5 del pomeriggio, quando gli uomini le accompagnavano in gioielleria. Poi sparivano. Tutte. E quella sera in cui mi ritrovai sola, unica donna, in mezzo a centinaia di uomini, mi prese un colpo. Non avevo paura. C'erano i miei amici con me. Mi sono stati vicini. Mi hanno difesa quando i ragazzini del posto, poco meno che adolescenti, si prendevano il diritto di tagliarmi la strada o rivolgermi la parola come se fossi una poco di buono. Mi hanno difesa. A me che mi sono sempre difesa da sola e anzi ero abituata a difendere gli altri.

    Che strana sensazione.

    Sono passati 15 anni. Marco non c'è più. Massimo non fa più viaggi avventurosi, anche se sono convinta che gli manchino da morire. Lorenzo e io, che eravamo i più giovani di quella spedizione, ogni volta che ci vediamo ricominciamo a parlare di quel viaggio. Di quell'esperienza che ci ha legati per sempre. Della sera in cui la nostra guida ci venne a chiamare dalla piscina dell'albergo per dirci che dovevamo andarcene in tutta fretta perché stavano arrivando delle bande armate. E della notte in cui facemmo una carovana di jeep di turisti per attraversare una zona controllata da quelle stesse bande, con la raccomandazione di non guardare mai nessuno negli occhi se fossimo incappati in un posto di blocco. E delle risate isteriche quando dopo un'arrampicata di 2 ore Raffaele lanciò l'ultima bottiglia d'acqua in un burrone perché non aveva calibrato bene il lancio nella direzione di Massimo.

    Condivisione. E' una delle parole più belle del mondo.
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