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  • L'eccitazione per il Sakki test saliva di minuto in minuto da quando il nostro volo è atterrato a Tokyo. La classe Business che l'Alitalia ci ha gentilmente offerto è servita a regalarci un volo piacevole e tutto sommato breve, ma privo di sonno: bivacco con gli altri in aeroporto, sul treno, al ristorante, tentando di recuperare minuti di sonno preziosi.

    Tempo per una tazza di caffè prima di andare in hotel a sistemare i bagagli e preparaci cosí alla prima lezione con Sensei. Il soprappassaggio della stazione di Kashiwa è molto gradevole: negozi come Godiva, Burbery, Vuitton si alternano alle tipiche attività commerciali del luogo. Prima della rampa di discesa ci separiamo dal gruppo per avventurarci al settimo piano del centro commerciale per acquistare i rotoli di carta per farci disegnare un ricordo di quella che da li a poche ore sarebbe stata la più indimenticabile lezione di Sensei. Il negozio al settimo piano è enorme come tutto qui. Ci spingiamo con la scala mobile verso l'ottavo piano. Dopo un primo giro nel negozio ci rendiamo conto che la missione sarà ardua. Decido di avvicinare una commessa: il tempo di chiedere un aiuto ed ecco che tutti gli oggetti ed ammennicoli appesi in modo ordinato intorno a me cominciano a muoversi. Continuo a sorseggiare il mio caffè di Starbucks, abituato ormai ai saltuari terremoti che da sempre hanno accompagnato i nostri viaggi. Ben presto mi rendo conto che la situazione sarebbe diventata più grave di li a poco. I magliai di oggetti intorno a me non accennano affermarsi ed il rumore aumenta. In lontananza, la scala mobile continua ad andare ma non è la migliore delle soluzioni. Un pensiero fisso mi si annida dentro: "devo andare fuori di qui". Con Nino e Davide ci dirigiamo verso la scritta verde indicante l'uscita di emergenza. Passiamo davanti la scala mobile: gli oggetti intorno adesso si muovono più velocemente ed il personale del centro commerciale ci invita ad accovacciarci a terra: non realizzo ancora bene e con Nino insistiamo nel volercene andare. Adesso si muove tutto: oggetti appesi, porte, persino le mura oscillano. Capisco che la situazione è più grave rispetto a 30 secondi fa! Questo è infatti il tempo tra quando ho avvertito la scossa fino al momento in cui mi sono trovato accovacciato sul pavimento insieme ad tutte le persone presenti nel centro. Mollo il caffè a terra ed affero il mio iPhone: non so perché l'ho fatto. Riprendo? In 5 secondi la situazione cambia ancora. I sussulti aumentano in modo spropositato. Tutto sembra dover crollare da un momento all'altro. Il personale ci invita a mantenere la calma. Noi ci guardiamo intorno ancora in cerca di una via fuga: devo ammettere che per essere un Messinese non so proprio nulla su come affrontare emergenze come questa. Basta mi rassegno. Rimaniamo con gli altri vicino alla scala mobile. Tento di rassicurare i miei compagni dicendo loro che sta per finire. O forse lo dicevo per convincere me stesso. Prego tra me e me. Il sisma aumenta ancora. Gli scaffali cadono ed io sono coperto di calcinacci. Scoprirò solo dopo che il sisma è durato meno di due minuti. Per me è come se fosse durato 2 ore.

    Intorno a noi scaffali caduti, utensili e oggetti di ogni tipo sparsi sul pavimento, tracce di calcinacci e qualche vetro a terra. I composti Giapponesi seguono da terra quelle che a nostro avviso ci sembrano meticolose istruzione fornite dal preparatissimo personale del centro: quest'ultimi sembra non avessero fatto nient'altro che questo nella loro vita. Ci dicono di stare ancora giù (noi chiaramente eravamo gli unici che ancora giravano per il centro). Mi affaccio dalle scale mobili per scoprire che il piano di sotto stava lentamente uscendo verso qualche direzione: capisco che dopo sarebbe stato il nostro turno. Appare un commesso fornito di megafono accompagnato danun secondo con una bandiera verde: dopo aver detto qualcosa di incomprensibile capiamo che finalemente è il nostro turno. Lentamente ed in ina fila composta ci avviciniamo verso una delle uscite di sicurezza che sporge su un zona all’aperto, attraversiamo un terrazzo, ritorniamo in una zona semichiusa e finalmente cominciamo a scendere. Qualche (lunghissimo) minuto ancora e ci trovviamo fuori dal centro commerciale, ma ancora dentro la stazione di Kashiwa. Qui capiamo che la scossa non rientra nella normale amministrazione del Giappone: tutti sono incollati al cellulare, la stazione è chiusa ed il personale delimita le aree evacuate o inaccessibili, della gente si accalca davanti un televisore che trasmette le immagini di devastazione accompagnate da una cartina elettronica lampeggiante dell'intero Giappone. Ci si aspettano degli tsunami sulla costa est, che in effetti arriveranno qualche minuti più tardi.

    Le linee telefoniche sono in tilt e lo rimarranno per tutto il resto della giornata: solo la grande Rete sembra aver resistito all'impeto del terremoto. Decidiamo di andare in hotel per ricongiungerci con il primo gruppo. Tutti stanno, ma neanche il tempo di Ritrovarci che subito parte una seconda scossa, meno forte della prima ma non per questo meno impressionante. Trema tutto, dai pali della luce ai cavi fino all’enorme edificio a vetri davanti al nostro hotel. Ci mettiamo vicino a quella che sembra una struttura portante del nostro hotel. La scossa finisce e tutti siamo più o meno incerti sul da fare. Molta gente è per strada, tra cui un gruppo folto di cuochi e camerieri usciti durante la scossa dal palazzo di fronte. In maniera molto composta, questo gruppo di persone si incammina verso una meta imprecisata, formando una piccola processione. Con un pò decidiamo di seguirli: sicuramente sanno dove andare. Qualche minuto dopo ci ritroviamo in mazzo ad quello che sembra essere un campo sportivo scolastico, un enorme punto di evacuazione dove si erano radunate poche centinaia di persone. Finalmente possiamo riprendere aria dopo una trentina di minuti di paura: qui non poteva succedere nulla, mi sentivo al sicuro protetto da tanto spazio. Il problema però era solo rinviato dato che non saremmo stati li a lungo. Infatti, cercando di sdrammatizzare il momento e contattare meglio le famiglie, passano una trentina di minuti e decidiamo di tornare in hotel. Nella strada di ritorno tutto sembra in ordine, i palazzi non sembrano avere grossi danni, anzi sono piuttosto integri. Passata la paura cominciamo decidere il da farsi, mentre la tv mostra immagini tutt'altro che rassicuranti. Non senza un poco di paura salgo in camera a sistemare la mia roba e riscendo. Lo scenario mostrato in tv è apocalittico: onde anomale, abitazioni in fiamme o distrutte, navi in balia di vortici. Siamo sconvolti, ma ci convinciamo che il peggio è passato. Con due amici andiamo in stazione solo per renderci conto che i treni sono bloccati, ci sono file interminabili ai taxi, i negozi sono chiusi e visibilmente sottosopra e molta gente è bloccata a Kashiwa e non riesce a tornare a casa. Contattando un amico trasferitosi in Giappone apprendiamo che a Tokio è anche peggio. Non ci resta che trovare un posto dove mangiare e ritirarci in hotel per tentare di recuperare sonno. Dalla pima scossa sono ormai passate molte ore, scandite dal scosse più brevi e di più debole intensità. La note si dorme prendo sonno con difficoltà, ma la perdo facilmente grazie ad una telefonata in piena notte dall’Italia che ci avvisa che le cose peggiore (o così sembrano dall’Italia). Grazie al collegamento internet in camera riusciamo a rintracciarre la Farnesina ed il consolato ma la situazione appare stazionaria. in effetti ho come la sensazione (comprovata in seguito) che le istituzioni che in effetti mi avrebbero dovuto proteggere e tutelare in tale situazione non stavano facendo abbastanza. La riapertura della stazione il mattino dopo ci regala un segno di normalità. La breve riunione del gruppo italiano svoltasi al mattino aveva dato come unico risultato certo la nostra volontà nel voler andare a Nodashi, un paesino a 20 minuti da Kashiva dove si trova la sede centrale delle arti marziali che siamo venuti ad imparare come ogni anno. Per la prima volta durante la riunione si parla di emergenza nucleare non comprovata e possibilità di tornare a casa. La sera prima infatti l'Alitalia aveva inviato un sms nel quale si rendeva disponibile allo spostamento anticipato del rientro.

    Arriviamo a Noda verso l'ora di pranzo e ci dirigiamo verso l'hombu dojo (la palestra centrale) e dopo aver dato aiuto ad uno dei Sensei a sistemare il disordine dal terremoto, scopriamo che alle 14 ci sarà lezione: ovviamente restiamo. La lezione ci ha aiutato a rilassarci ed a farci dimenticare per qualche ora quanto stava accadendo nel resto del Giappone. Purtroppo al termine della lezione una telefonata del consolato e le insistenti telefonate dei nostri parenti ci spingono a riflettere un po’ meglio sul da farsi: forse abbiamo sottovalutato il problema. Le inutili telefonate all'unità di crisi allestita dalla Farnesina non ci aiutano a risolvere il dilemma: partire o non partire?

    Ci "accampiamo" al ristorante Saizerya che tante volte ci ha accolti per serate intere. Qui, poco dopo apprendiamo dall'Italia che la situazione è peggiorata: sembra che la parete di contenimento di una centrale a 250 km da noi abbia ceduto e dei vapori bianchi stiano uscendo. Decidiamo che così è impossibile proseguire ed iniziamo ad organizzare il nostro rientro. Chiamiamo l'Alitalia e dopo lunghe trattative telefoniche riusciamo a far rimodulare il nostro rientro per la mattina seguente(Domenica). Restiamo al ristorante fino a tardo pomeriggio in attesa di una email o telefonata di conferma, che non arriva. Decidiamo quindi di tornare a Kashiwa in hotel prima di rifare il punto della situazione. Nella strada a piedi che ci separa dalla stazione, veniamo avvisati dai nostri parenti in Italia che il volo è stato cancellato. Nello sgomento generale ci fermiamo in mezzo alla strada e richiamiamo l'Alitalia per maggiori spiegazioni: il volo risulta in effetti confermato ma le nostre prenotazioni sono spostate al Lunedì. La spiegazione è tanto semplice quanto folle: il volo sul quale Alitalia aveva spostato le nostre prenotazioni era stato cancellato, quindi il gruppo era stato rimodulato sullo stesso volo in partenza il Lunedì. In seguito il volo della Domenica viene riconfermato ma nessuno di prende la briga di rispostare nuovamente le nostre prenotazioni dal Lunedì alla Domenica: ci dobbiamo pensare noi, da una strada poco illuminata e deserta di una piccolissima città del Giappone (Nodashi prefettura di Chiba) nel bel mezzo di una potenziale emergenza nucleare e sempre accompagnati dalle immancabili scosse di assestamento: grazie Alitalia! Mentre rimoduliamo i voli al telefono con Alitalia, parte del gruppo comincia ad interrogarsi se, dato che il volo partirebbe alle 9:20, non sarebbe il caso di andare in aeroporto già la sera stessa. Chi meglio della nostra ambasciata può aiutarci a dissipare ogni dubbio e aiutarci a risolvere i problemi di spostamento. Parte un altra telefona all'ambasciata Italiana in Giappone. In sintesi:
    "Salve scusi chiamo da Nodashi prefettura di Chiba (ometto i dettagli sulla desolazione che ci circonda), siamo un gruppo di 14 ragazzi [...], lei ci consiglia di andare in aeroporto stasera stessa?"
    "Assolutamente si" - Miracolo! Finalmente il nostro Governo prende una posizione ferma sull'emergenza Giappone: se dovete partire. La mattina presto, andate in aeroporto la sera prima: in un oceano di risposte del tipo "Se volete maggiori informazioni andate a cercarle sui siti di news internazionali" (che suona come, lasciate perdere i siti Italiani che tanto sono buoni solo a creare panico) oppure "Decidete voi se partire o restare". Quasi rinfrancati, passiamo alla seconda domanda:
    "Come ci consiglia di arrivare in aeroporto? Potete fornirci supporto negli spostamenti ?"
    Le risposte che riceviamo sono semplicemente assurde: "Potete prendere un treno, ma molte linee sono chiuse. Anche i bus sono fermi e non ne sappiamo il perché. Potete provare con Taxi, ma le autostrade sono chiuse. [...] Non possiamo aiutarvi negli spostamenti.[...] Non siamo un agenzia di prenotazione. Narita?? Non so se potete dormire li. Alberghi, controllate su Internet ( in effetti dopo specifica richiesta gli alberghi da internet li hanno controllati loro". Non serve neanche specificare che non è corretto che il coloro i quali dovrebbero in effetti tutelare e garantire la sicurezza degli Italiani all'estero si limitino a fornire (poche ed incerte) informazioni turistiche invece di passare all'operatività. Chiudiamo la telefona ed arriva un messaggio dall' Italia: l'ambasciatore Italiano è andato in tv rassicurando la popolazione dicendo di aver spedito una email ai connazionali in Giappone ("Console a noi non è arrivato nulla!!!) e chiedeva a quanti ancora non l'avessero fatto di mettersi in contatto con il consolato: e no, questa proprio non la digeriamo... Caro ambasciatore, noi la telefonata l'abbiamo fatta e l'unica risposta valida è "arrangiatevi ed andatevene in aeroporto". Sempre dalla stessa strada buia di Nodashi proviamo a manifestare il nostro disappunto all'unità di crisi della Farnesina. Anche qui troviamo grandi risposte' la migliore delle quali è "scriva una email di reclamo di quanto accaduto e la mandi al consolato ed in copia a me". Qualunque cosa si stessero fumando in quel momento doveva essere forte. Allora ricapitoliamo tutto: siamo nella strada più desolata e meno illuminata di Nodashi, siamo stanchi, non dormiamo da 3 giorni, fare una telefonata è un'impresa, l'unica cosa che chiediamo è supporto OPERATIVO per tornare a casa e cosa abbiamo? Una unità di crisi che risolve i problemi alla stregua di un ufficio reclami, una ambasciata che da risposte come la peggiore delle agenzie turistiche, ed una compagnia di bandiera che dimentica di rimodulare le persone.
    BASTA, da adesso preferiamo cavarcela da soli. Risolto il problema biglietti prendiamo il treno per tornare in albergo dove avremmo fatto le valigie per dirigerci non si sa come all'aeroporto di Narita. In treno verso Kashiwa la prima buona notizia da Alitalia: arrivano le conferme delle prenotazioni. Ci siamo, non ci resta che arrivare Narita. Presi i bagagli andiamo alla stazione dei treni e prendiamo il primo di due treni che in meno di un'ora ci avrebbe portato a destinazione. Alla stazione di scambio ci attendeva un'altra bella notizia: la linea del treno che ci avrebbe portato diritti all'aeroporto è stata chiusa a causa di un incidente: nel gruppo si insidia il sospetto che qualcuno ci stia pensando troppo. Fuori dalla stazione, ci aspettano tre taxi. Superati i problemi linguistici con qualche difficoltà, riusciamo a farci chiamare i restanti taxi per partiamo per Narita. L'autostrada chiusa ci costringe a seguire strade secondarie che sembra risultino estranee anche al nostro tassista. Dopo circa 50 minuti di taxi arriviamo a Narita. Costo dell'operazione, circa € 130,00 a macchina: scopriremo solo dopo che siamo stati molto fortunati dato che altri connazionali hanno impiegato anche 5 ore per venire da Tokio a cifre stratosferiche ( €400/500). Durante il tragitto in arrivano altre notizie dai familiari in Italia: per qualche oscuro motivo sembra che il volo in partenza da Milano per Tokio non sia partito. Arrivati a Narita richiamiamo l'Alitalia, la quale dapprima ci conferma le prenotazioni e la presenza del volo, ma che su specifica richiesta ci informa che il volo in effetti è cancellato!!! Tentiamo di farci spostare su quello per Roma dello stesso giorno, ma nulla da fare. Chiudiamo la telefonata con molte domande e poche risposte. Ci sistemiamo in aeroporto, ricevendo dalla precisa organizzazione Giapponese, sacchi a pelo, da mangiare, acqua e wifi gratuito: ogni ulteriore commento è inutile. Dopo qualche ora e molte difficoltà, riusciamo capire che il nostro volo in effetti non risulterà ufficialmente nei sistemi aeroportuali ma esiste ed è confermato. La conferma arriva grazie ad un parente di un nostro compagno di viaggio che lavora per Alitalia e si occupava proprio dell'emergenza Giappone: parentopoli funziona sempre. Peccato per quanti invece hanno dovuto combattere con l'assurdo e poco efficiente customer service Alitalia.

    L'avventura finisce in un aereo pieno (ma non del tutto) con la speranza che il Giappone possa riprendersi in fretta da questa catastrofe immane, e ringraziando virtualmente il popolo Giapponese per la loro comprovata efficienza dimostrata. Rimane la speranza che l'Italia possa imparare in quanto ad organizzazione nell'eventualità di disastri naturali e di avere l'umiltà di ammettere che forse si poteva fare qualcosa di più per i connazionali in Giappone.

    [Scusate gli errori ed i typo ma ho scritto il diario usando l'iPad durate il volo di ritorno]
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