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  • Dio ci ha donato la memoria, così possiamo avere le rose anche a dicembre.

    James Matthew Barrie

    1

    Aprii gli occhi lentamente. Il fuoco crepitante nel caminetto danzava veloce emanando un piacevole calore. Tirai un respiro profondo e mi decisi a rimettermi in piedi.

    Raccolsi dal tavolino il libro e lo snifter che conteneva ancora parte del Cognac che mi ero regalata, in via del tutto eccezionale.

    Poi salii le scale per andare di sopra. Lilith, acciambellata sul pianerottolo, si riscosse per fissarmi con i suoi occhioni; si stiracchiò e, mentre mi avvicinavo, si mise in piedi srotolando la schiena, pronta a ricevere la carezza che le spettava.

    Fuori, le fioche luci della strada, erano le sole a illuminare quella notte scura come la pece, mentre la neve continuava a scendere, fitta e silenziosa, vestendo di bianco ogni centimetro della valle. Distante, un alone indistinto e lieve, delimitava i bordi della città.

    Sulla destra, svettava tra le villette, la parte superiore del grande albero di Natale, addobbato per la festa, nella piazzetta davanti alla Chiesa.

    Staccando lo sguardo da quella specie di cartolina, ricordai che, tanto tempo prima, Dicembre era il mio mese preferito. A Dicembre si festeggiava il Natale ma pure il mio compleanno. Tutto questo voleva dire: regali, giocattoli e tanta attenzione per me che, allora, ero stata felice. Certo in maniera infantile, come capita sempre ai bambini.

    Col tempo Natale, come tutte le feste, aveva perso quel fascino; adesso amavo ancora le feste ma per motivi, essenzialmente più opportunistici.

    Natale uguale qualche giorno di ferie, un po’ di pace, la fuga dal ritmo incalzante del mio lavoro, di grande soddisfazione ma anche assai impegnativo.

    Il momento buono per staccare la spina... via il cellulare e divano a volontà: qualche buon libro che avevo comprato, e tenevo da parte da mesi, per gustarmelo in santa pace, relax e attenta selezione nei confronti di quelli che, per tutto l’anno, fanno a gara per rompere le scatole.

    Ero ancora sulla porta della mia camera e persa nei pensieri quando fui riportata alla realtà da un bussare sommesso; proveniva da basso.

    “Forse è solo il vento che sollecita le finestre di legno” pensai.

    Dopo pochi istanti i colpi si fecero sentire di nuovo, però e lievemente più decisi. Ero molto perplessa, non aspettavo nessuno e poi, la gente adopera il campanello, di solito.

    Chi diavolo va in giro la notte di Natale, bussando alle porte con le nocche delle dita?

    Qualche amico che aveva rinunciato al cenone, all’allegria della famiglia, per venire a bussare alla mia porta? Decisamente improbabile. Mi decisi e, controvoglia, ridiscesi le scale con una certa circospezione.

    2

    Il bambino sembrava terrorizzato, intirizzito e tremava, fermo sulla soglia di casa. Mi guardava da giù, piccolo soldo di cacio, con gli occhioni che sembravano chiedere tutto mentre la sua bocca non diceva niente.

    Ero sorpresa, certo; però avrei potuto capire, essere più pronta! Invece me ne restai immobile, impietrita, osservando lui e il suo “vestito”. Vestito? No che non lo era!

    Era talmente assurdo che non riuscivo ad accettare quell'inattesa presenza. Non era perché un bambino sconosciuto mi si presentava sulla porta a tarda sera; non era nemmeno perché quella era la sera di Natale e, infine, neppure perché pur non avendolo visto mai, lui avesse, negli occhioni scuri, un certo non so che di familiare: no, era per la busta!

    Il bambino era nudo, peggio, il bambino era malamente coperto da una busta di plastica bianca, come quelle della spesa, solo un poco più spessa. La sua testolina, coi capelli color tabacco, bagnati dalla neve fresca, spuntava da uno strappo largo, insieme a una delle piccole spalle da angioletto.

    I piedini erano nudi e arrossati dal gelo e io, dopo il lungo smarrimento, cominciai a darmi dell’idiota; testa vuota!

    Mi ripresi dallo choc e, senza perdere nemmeno più un secondo, incurante di qualsiasi possibile conseguenza, pronta ad affrontare qualunque tranello da zingari, lo afferrai per le braccia e lo tirai in casa: al caldo, alla vita!

    Corsi all'impazzata per le scale e recuperai un plaid scozzese di morbida lana, poi presi una tovaglia di spugna, dal bagno, e tornai da lui. Lo trovai dove lo avevo lasciato: seduto, sparuto, sperduto sulla grande poltrona.

    Sembrava un piccolo principe che ha appena perso il suo regno.

    Per prima cosa, strappai via quella busta orrenda: non la potevo vedere! Quella busta squallida, bagnata, mi feriva il cuore come un pugnale acuminato, senza alcuna pietà.

    Dopo, lo strinsi teneramente nel plaid e cercai di asciugargli i capelli, ma niente... nonostante i miei sforzi, lui restava leggermente bagnato.

    Non ero mai stata veramente mamma. Certo avevo cambiato pannolini; avevo giocato col figlio dell’amica, coi nipoti; occasionalmente avevo persino fatto da baby sitter, ma non avevo mai avuto, tutta su di me, la totale responsabilità di un bambino. Cosa fare? Continuava a bagnarsi!

    Avevo strappato la busta, lo avevo asciugato delicatamente, più volte, ora lo tenevo riparato, sul divano.

    La casa era calda e lui non tremava più. Ero quasi certa che stesse bene ma proprio non riuscivo a togliermi di dosso la trepidazione, la preoccupazione di avere un bambino, anche se solo per una notte, tutto per me. Che sciocca!

    Ecco cosa ci voleva! Un bel bagno caldo. Come avevo fatto a non pensarci prima?

    Qualunque mamma avrebbe subito capito che il toccasana era un bagnetto, per il suo figliolo, che tornava a casa, imbrattato e sudato, dopo... Dopo cosa?

    Da dove veniva quel ragazzino silenzioso, con i suoi occhi dall’espressione triste?

    Per nulla al mondo avrei voluto metterlo a disagio il “mio angioletto”, ma i suoi occhi erano strani; intendiamoci il bambino dopotutto sembrava sano e aveva una bella pelle rosea, adesso, tenera e “lievitosa” al tatto, ma guardandolo negli occhi, sembrava di guardare una persona adulta. Occhi profondi, cupi, pieni di saggezza.

    Bando alle ciance!

    – Tutti in bagno – strillai da sola nel grande soggiorno, in maniera inattesa e sorprendendo pure me stessa; aiutai il piccolo a mettersi in piedi sul divano. Con disinvoltura lo presi a cavalcioni sulle spalle e risalii le scale, al canto fanfaresco di “Andiam, andiam, andiamo a far il bagno; ta tà, ta tà... – Stava impazzendo? Decisamente, si.

    “Macchissenefrega!” pensai... nemmeno ricordavo più l’ultima volta in cui ero stata veramente felice. Di una gioia giocosa, senza criticità, senza misura... così, come una bambina gioca con una bambola, ritenendola la più famosa tra le principesse del mondo. Era una certezza inoppugnabile!

    La gatta era di sopra, gelosa dell’intruso rizzò il pelo, ostile, e scappò via annaspando con le zampe sul parquet liscio, in quel modo divertente che solo una gatta un po’ obesa sa mimare.

    Il bagnetto ci fu e non fu tragico come immaginavo. Solo alla prima vasca, al ragazzino era scappata la pipì, nell’acqua trasparente. Colpa mia, avrei dovuto pensarci prima.

    Me lo godetti come fosse mio. Per fortuna non era una femminuccia, altrimenti le coccole e la toelettatura sarebbero durate il doppio, ma lui, Angelo (lo avevo ribattezzato così in via provvisoria) era un vero maschione, con tanto di pisello prepotente e tutto il resto in regola. Com’era dolce stringerlo al petto mentre lo asciugavo, usai il mio accappatoio pulito, fresco di bucato.

    Guardai l’ora, per abitudine “Strano, pensai, ero sicura che fosse molto più tardi...”.

    Passai altro tempo cercando di capire se era muto o non voleva parlare; poi cercai di chiamare la polizia, il Telefono azzurro... ma, forse per la nevicata che proseguiva incessante, il telefono non funzionava e, misteri della tecnologia, neppure il cellulare.

    Ci avrei pensato più tardi. Adesso avevo tante cose da fare per il mio Angelo.

    Provai a farlo mangiare, niente, non apri bocca e nemmeno di bere se ne parlava: né il latte, e neppure l’acqua. Allora, mi domandai da dove venisse fuori tutto quel suo strano sudare. Adesso era di meno, però la pelle di Angelo continuava, impercettibilmente, a inumidirsi.

    Il plaid non risolveva. Accesi la termocoperta. Il piccolo, docile e tranquillo, si lasciava coccolare e non si lamentava per le “ristrutturazioni” che tentavo sul suo giaciglio improvvisato.

    Tremando per l’emozione e sentendomi del tutto inadeguata, quasi giudicata, misi in pratica un idea, che da più di un’ora scacciavo dalla testa, come fosse inattuabile.

    Allora con metodo e senza pensarci più, mi spogliai, meccanicamente e feci tutte le mie operazioni di donna; indossato un pigiama di cotone finissimo, nuovo e bianco, mi decisi e montai sull’ampio divano, sotto la coperta, abbracciandolo stretto.

    Lo sapevo, sicuramente chissà dove, Angelo, aveva una mamma, magari era anche in pena, ma per stanotte no. Per una incredibile serie di eventi il piccolo era mio e me lo sarei tenuto stretto come se fosse figlio a me.

    Il mio gesto sconsiderato ottenne i migliori risultati, come un cucciolo, Angelo si sciolse dal suo pacato immobilismo: tra le mie braccia, quel piccolo dall’espressione saggia, si adagiò e ridivenne bambino. Si stringeva a me, e spingeva, e voltandosi, e rivoltandosi, sgomitava. Avevo la netta sensazione, mai provata in vita mia, che volesse entrami dentro, pelle nella pelle, carne nella carne.

    Dopo pochi minuti chiuse gli occhioni dolcemente e, pacato, si addormentò circondandomi col braccio.

    “Appaciata” e serena, finalmente, dopo qualche momento, anch’io mi appisolai.

    3

    Ero io! La ragazzina nel bagno ero io, e avevo da poco compiuto sedici anni.

    Ero a casa di mio padre, i miei avevano divorziato da tempo.

    Avevo deciso di farlo lì, il test, per la seconda volta, per essere certa della mia rovina. Allora vedevo la mia situazione come una disgrazia insormontabile: ero piccola e tremendamente spaventata.

    Mia mamma mi avrebbe letto tutto in faccia, ne ero certa. Già da qualche giorno la vedevo più apprensiva nei miei confronti.

    Mi avevano detto che gli uomini certe cose non le sanno vedere, speravo fosse così, speravo che papà non si accorgesse di come stavo male. Ero incinta!

    E nella testa mi vorticavano mille pensieri. Giravano veloci e colorati come le ruote di una Slot Machine; per un secondo si fermavano, nelle combinazioni più incredibili, scene del passato, del presente e dei possibili futuri. Si bloccavano davanti ai miei occhi, come certe istantanee dei cartoni animati.

    Non c’era il tempo di capire uno scenario, per approfondirne le conseguenze, che le ruote ricominciavano a girare all’impazzata, confondendo le immagini, i colori e il mio destino.

    L’idea che avevo, riguardo al ragazzo che mi aveva presa rimase nuda.

    Il cavaliere di fantasia che avevo creato, perse ogni credibilità e si sciolse come plastica bruciata. Solo oggi lo vedevo come lo vedeva mio padre; proprio lui, che tanto avevo contestato: un moccioso insicuro... una nullità.

    Quello che avevo creduto amore aveva perso consistenza già da quando, a lui, avevo accennato la notizia; ora che ero certa del mio dramma, il sentimento inventato crollò e lui usciva definitivamente dalla mia esistenza, essendo un essere del tutto inutile, in questo mio momento difficile. Sapevo che sarebbe stato un problema mio e solo mio, e avevo una paura folle di chiedere aiuto.

    Ero disperata e non sapevo cosa fare se non piangere a dirotto.

    - Teresa, allora?! Vuoi uscire da questo cacchio di gabinetto? Stai bene? C’è qualcosa? – mio padre. Era fuori, ma non potevo uscire in quello stato.

    I giorni passarono. Le pensai tutte e il suicidio in mare era la soluzione meno dolorosa. Far finta di niente? Impossibile...

    Cercai sui giornali e sui libri tutti i consigli, gli espedienti, controllai persino la cronaca nera e ne rimasi raccapricciata. Leggere di neonati abbandonati nella spazzatura mi raggelava il sangue.

    Ma la cosa che in venti giorni mi trasformò per sempre, che mi cambiò da ragazzina spensierata in donna disincantata e un po’ amara, era il pensiero che dentro la mia pancia avevo un bambino: mio figlio. Invece ero costretta a pensare a lui, come a una disgrazia. Lui, piccolo, innocente, inconsapevole, indifeso: possibile che proprio il mio esserino, avrebbe dovuto pagare tutto il male, la stupidità, gli errori... lui, lui, solamente lui.

    Poi mio padre prese il controllo della situazione. E io mi adagiai nelle sue mani, vinta dalla mia incapacità di prendermi una responsabilità così grande. Non ero pronta, lui lo sapeva, credo... o forse non sapeva niente. Ma non lo giudico per questo. So che, dal suo punto di vista, agì solo per il mio bene.

    Mi scossi.

    La notte era placida. Il manto di neve regalava alla via quel magico senso di pace e candore, tanto affascinante nell’iconografia di ogni tempo. Era una trappola, pensai stranamente.

    Come una chimera quell’immagine incantata e pura, quasi ammiccante, poteva uccidere in poche ore chi, in una notte come quella e senza difese, si fosse ritrovato fuori, nel freddo polare.

    Angelo dormiva tranquillo, sempre sudato ma stava decisamente bene.

    L’orologio si doveva essere fermato; la gatta si era raggomitolata sulle scale e dormiva, rispettosa e distante da quel mio intimo momento.

    “I gatti, pensai, che animali incredibili!”

    Era ancora notte. Non mi restava che sdraiarmi di nuovo vicino al bambino strano, capitato per caso o forse per fortuna, davanti alla porta di casa mia, la notte di un Natale solitario.

    Sorrisi a me stessa ma mi rammaricai che il piccolo non avesse mangiato niente. La vigilia di Natale è un sacrilegio non mangiare... persino i più poveri trovano qualcuno, magari un posto dove mettere qualcosa sotto i denti.

    “La vigilia di Natale solo i morti non mangiano niente!”

    Quello strano pensiero mi risultò odioso e un brivido gelato mi attraversò la schiena.

    La mattina dopo, il mio Angelo, avrebbe dovuto consumare una colazione da re! A costo di infilargli il cucchiaio in bocca con tutte le forze.

    E poi... un regalo. No, molti regali, e solo giocattoli inutili. Di quelli che non servono a niente ma colorati, luminosi, sonori. Quei giocattoli che solo un bambino può apprezzare nella semplicità della sua innocenza segreta.

    Tutto deciso. Ero felice adesso e mi accoccolai di nuovo vicino a lui. Nel sonno ritornò a stringersi al mio petto come attratto da una calamita...

    4

    La mia vita di ragazza che sa tutto, volitiva e decisa, rovinò miseramente.

    Diventai una specie di pupazzo che diceva grazie a tutti. Mi sentivo in obbligo con tutti... con mio padre; con il suo amico dottore; col ginecologo che, con la faccia storta, mi accettò controvoglia. Con mia madre no. In qualche modo la ritenevo responsabile, forse per la troppa fiducia che aveva riposto in me.

    Ora che ero diventata improvvisamente adulta, e sofferente, in un corpo da ragazzina, cominciavo a intuire che la sua permissività nei confronti della mia libertà, non era tanto un segno di fiducia, celava invece il suo egoismo e la sua strafottenza. Quella donna non era mai cresciuta e non aveva nessuna intenzione di farlo.

    Capii di essere una degente in un ospedale, quando mi ritrovai in pigiama, seduta su un lettino bianco, insieme a uno che mi faceva strane domande: era l’anestesista.

    La sola parola, anestesia, sarebbe potuta bastare per mandarmi in “trance”, una variante subdola, che si era nascosta abilmente nel mio cuore, si manifestò all’improvviso: la paura di morire.

    Una paura irrazionale ma incontrollabile, insensata e senza direzione. Assurdamente in quella paura rientrava il piccolo essere, quella parte di me che ormai mi ero fermamente decisa a ignorare. Come fosse un pezzo sbagliato. Come fosse un enorme boccone indigesto da togliere presto dalla pancia. Lo rifiutavo, mi ero lasciata convincere! Adesso capivo che stavo rinunciando ad una parte di me, per sempre.

    Non mi aspettavo di dover passare la notte in ospedale. Piansi. Pensai più volte di uscire, di fuggire, ma non ne ebbi la forza né il coraggio.

    Mezza addormentata mi sentii scarrozzare nei corridoi; le luci bianche, nelle plafoniere di plastica, mi passavano sulla testa: mi pareva di percorrere un tunnel. Le persone, intorno, erano solo ombre, larghe in basso che si assottigliavano, scure, nella prospettiva.

    Qualcuno mi tenne la mano; una voce di donna mi parlò, ma io non capii, né lo volevo. Non m’importava più niente: “Chissà, pensai, forse è questo che provano i condannati a morte. Un distacco totale dal mondo, dalla vita, dal proprio stesso corpo...”.

    Rumori strani, di acciaio; cigolii, chiacchiere sommesse di voci mai sentite. Qualcuno mi domandava qualcosa, ma non desiderava alcuna risposta.

    “Perdono, perdono, perdono...” questa sola, semplice parola mi tamburellava nella mente, ma non sapevo chi la dicesse... forse ero io?

    Forse mio padre? Non so... proprio non lo so.

    Adesso è tutto buio e per quanto riguarda il mio Io, potrei, tranquillamente, essere morta.

    “Perdono... perdono...”.

    Accecata dalla luce intensa del mattino, mi risvegliai con un tamburo nella testa, la vita era così accecante quella mattina che stentai a prendere coscienza di me stessa.

    Ci misi qualche secondo ad orientarmi per quanto profondamente avessi dormito.

    Ero sola e infreddolita, nell’ampio salotto, così essenziale... così vuoto.

    Il mio plaid era caduto mentre dormivo sul divano e...

    Il bambino!

    Dov’era finito Angelo.

    Mi svegliai completamente all’improvviso, saltando in piedi. Scalza, mi precipitai in cucina, poi di sopra, poi nel bagno.

    Niente!

    Guardai nell’armadio, guardai persino sotto il letto: ero disperata, ero sconvolta.

    Che fine aveva fatto il bambino? Dov’era, adesso, Angelo?

    Cercai ancora poi mi decisi a chiamarlo, ad alta voce, a chiamarlo con quel nome che lui, poverino, non poteva nemmeno conoscere:

    - Angelo! Angelo... –

    Fuori era mattina inoltrata. Il sole, specchiandosi sulla neve bianca, diffondeva intorno una luce accecante.

    Lontano, le campane delle chiese, suonavano con una nota gaia nella voce.

    Ero confusa, frastornata... non sapevo cosa pensare, cosa raccontare... a chi avrei potuto riferire la mia storia? Come potevo spiegare alla polizia che quella notte, con sette gradi sotto zero, un bambino sconosciuto, nudo, aveva bussato alla mia porta?

    Chi poteva mai credermi? E che ne era stato del bambino?

    Sedetti su una sedia, sconfortata e triste... mi sentivo stanca e svuotata. Io stessa cominciai a temere di essere stata vittima di un’allucinazione, di un sogno...

    Non avevo fame.

    La luce che entrava dalla finestra, rendeva tutto più chiaro nella grande stanza.

    Il camino era quasi completamente spento.

    Non sapevo proprio cosa fare... poi, il mio sguardo si posò sul largo divano, dove avevo passato la notte. Leggera, come fosse l’impronta lasciata dal sudore, intravidi il disegno di un’ombra: piccola, delicata, tenue.

    Aveva la forma precisa di un piccolo corpicino, piegato sul fianco, in posizione fetale. Guardando attentamente si distinguevano le gambette, trattenute verso il petto, la forma tonda della testolina e, sopra una spalla, un segno strano, si apriva dalla spalla come fosse un ventaglio. Forse era solo la traccia di una mano aperta, forse era la mia... eppure ricordava vagamente una piccola ala.

    Mi avvicinai per guardare meglio, per capire, per convincermi di non essere completamente pazza. Ma mentre mi accostavo, l’impronta del bambino evaporava, scomparendo lentamente dalla mia vita.

    Mi lanciai sui cuscini, affondando il viso nelle ultime tracce di quella brina soave, strisciando le palme sul divano, per non perderne nemmeno un vapore.

    Piansi a lungo, col viso sprofondato nel divano, irrorandolo di lacrime.

    Quel giorno di Natale non risposi al telefono e non aprii la porta a nessuno.

    Me ne stetti tranquilla, senza pensare a niente senza cercare di capire.

    Alla sera telefonai soltanto a mio padre.

    - Ciao, disse, mi fa piacere di sentirti, io... – sentii volentieri la sua voce, dopo tanto tempo, ma lo interruppi, avevo solo una cosa da dirgli e, ne sono certa, lo lasciò molto perplesso.

    - Volevo solo dirti che cambio lavoro. Buon Natale, papà. -

    5

    Il giorno della festa ero di nuovo in forma.

    Alle poche chiamate che ricevetti risposi vagamente, senza particolare enfasi: avevo la testa da tutt’altra parte. Mentre le chiamate che feci io, lasciarono stupiti i miei interlocutori.

    Chiamai il mio capo, gli feci i miei auguri più sinceri, e poi gli disse di predisporre le cose per le mie dimissioni. Rimase stupefatto, senza parole.

    Poi chiamai Enrico, un amico che faceva volontariato alla Caritas, fu molto gentile, molto stupefatto, e se la prese per la mia insistenza:

    - Tesoro, tutto quello che vuoi... credo anche mi faccia piacere, ma oggi è festa! Non posso portarti da nessuna parte. Lo capisci? –.

    - Allora domattina? –.

    - Va bene, domattina – disse, suo malgrado – dammi il tempo di fare qualche telefonata... chiamami alle... alle undici, ok? –

    - Ok! – dissi entusiasta – alle undici... sarò puntualissima – sorrisi alla cornetta.

    Il divano era tornato normale; restava solo la traccia scura di un po’ di trucco residuo. I miei occhi avevano versato molte lacrime.

    Dovevo certamente aver sognato tutto.

    Persino l’orologio aveva ripreso a funzionare regolarmente. Tutta la mia casa tornava ad essere perfetta, efficiente, normale.

    Sogno o non sogno, ero certa che se da qualche parte del firmamento esisteva davvero il piccolo Angelo, adesso stava bene. Ne ero certa; lo sentivo dentro!

    Ed anch’io stavo bene. La mia decisione era presa!

    Per ingannare il tempo mi misi a fare un po’ di pulizie, soprattutto per riprendermi da quegli eventi; immaginari che fossero m’avevano cambiata radicalmente.

    In bagno, a terra, c’era ancora il mio accappatoio. Non volli pensare. Lo raccolsi con indifferenza e... trasalii!

    Per poco non caddi, mentre indietreggiavo, inciampando in uno sgabello.

    Sotto l’accappatoio, i pezzi strappati di una spessa busta di plastica bianca.

    Li raccolsi tramando con le dita, su un angolo una scritta sbiadita, che a stento riuscii a decifrare:

    ‘Ospedale Bambino Gesù. Rifiuti speciali organici - Tipo B.2.’

    Sedetti sullo sgabellino, senza forze. Poi raccolsi tutti i frammenti di plastica, li sistemai nell’accappatoio e lo ripiegai accuratamente, con estrema delicatezza.

    ***

    Il mio mistero è rimasto chiuso in me, per sempre.

    La mia decisione era già presa da prima. Il ritrovamento della busta nel mio bagno non la cambiò né la stimolò.

    Il mio programma rimase invariato.

    Il giorno dopo, alle quindici, come promesso Enrico, entusiasta, mi presentò a uno dei suoi amici più cari.

    Era un uomo simpatico, aperto, dagli occhi vispi. Il coordinatore responsabile dell’UNICEF, nella mia città.

    - Quindi lei si offre per un volontariato a tempo pieno? Una scelta impegnativa... – disse squadrandomi per l’ennesima volta, poi i suoi occhi tornarono sulla scrivania, guardò di nuovo i documenti che teneva tra le dita.

    – Una scelta repentina... certo, col suo curriculum, per noi sarebbe una collaborazione preziosa... – ci guardò di nuovo, come cercasse conforto anche da Enrico, in merito a quella mia strana richiesta, poi continuò con voce pacata, sorprendendomi per la sua saggezza.

    - Non le chiedo da dove nasce questa sua determinazione, spero solo che lei sia pronta ad affrontare una vita difficile e spero che lei non venga meno proprio quando ce ne sarà più bisogno... Va bene, Teresa? – .

    - No, no – dissi io con enfasi eccessiva - non succederà più! – poi mi morsi il labbro.

    La mia gaffe non fu sottolineata dai due; li ammirai per questo.

    - Dove preferirebbe andare? Ha qualche idea, qualche preferenza in merito? -

    - No, nessuna. – dissi con entusiasmo infantile – Mandatemi dove ci sono bambini, tutto qui. Al resto penso io... io, e il mio Angelo custode! -

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